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Messaggio Da claudio57 Mer 04 Ago 2021, 23:00

purtroppo è così  pale
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Messaggio Da claudio57 Ven 06 Ago 2021, 20:15

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Messaggio Da doctorZeta Sab 07 Ago 2021, 11:59

Il 2 agosyo è stato il compleanno di Paperoga

Auguri  Very Happy

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Messaggio Da claudio57 Sab 07 Ago 2021, 12:33

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Messaggio Da claudio57 Mar 10 Ago 2021, 12:52

E' uscito l'attesissimo I Classici Disney "d'autore" con una raccolta di alcune delle Tops Stories e il finale inedito della serie!
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Messaggio Da doctorZeta Mar 10 Ago 2021, 14:04

Mossa subdola per vendere ristampe

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Messaggio Da claudio57 Mar 10 Ago 2021, 15:25

@doctorZeta ha scritto:Mossa subdola per vendere ristampe
e guarda caso nel Topolino ancora in edicola solo per oggi, c'è una nuova avventura inedita di Top de Tops di Giogio Pezzin
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Messaggio Da claudio57 Mar 10 Ago 2021, 18:46

Editoriale di Topolino 3429 (dove veniamo a conoscenza che c'è anche Bertani dietro la storia di Reginella) e anteprima del numero in edicola la prossima settimana:
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Messaggio Da claudio57 Ven 13 Ago 2021, 17:37

Appena pubblicato a puntate sul settimanale Topolino ed ora raccolto su volume
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Messaggio Da claudio57 Ven 13 Ago 2021, 17:44

Intervista a Fabio Celoni - Papersera
Fabio Celoni, nato nel 1971 a Sesto San Giovanni, è tra i più apprezzati fumettisti italiani. La sua matita traccia i tratti distintivi dei principali personaggi di casa Disney, Bonelli e non solo. Brillante sperimentatore, artista poliedrico, Celoni è oggi impegnato su più fronti. Di alcuni di essi è lo stesso autore a parlare in questa intervista rilasciata in occasione di un appuntamento molto importante per i lettori di Topolino: le carte da gioco, che gli appassionati troveranno in allegato al settimanale l’11 e il 18 agosto 2021.
Ciao Fabio, e grazie per aver accettato questa intervista. Partiamo subito dalla… bruciante attualità. Questa settimana è in edicola con Topolino la nuova serie delle Carte d’Autore da te disegnate. Ci racconteresti la genesi del progetto e come hai preparato il lavoro?
Ciao e grazie a voi!
Il lavoro sulle carte è stato molto impegnativo e allo stesso tempo intrigante. Quando mi è stato proposto dalla redazione, ho accettato subito malgrado fosse (e rimanga) un periodo estremamente fitto di lavoro, perché da bambino ero un collezionista di carte disneyane, oltre che appassionato giocatore, e avrei fatto… carte false per poter avere un’occasione del genere.
Ho elaborato a quel punto un soggetto di massima, una sorta di storia che legasse l’intero mazzo. L’ambientazione che ho scelto è stata quella di un “medioevo fantastico”, per poter giocare al meglio con colori e ricchezza di costumi. Ho pensato vagamente al Brancaleone gassmaniano e ai bellissimi abiti di Ghirardi, ma senza riguardare nulla, volevo solo che ci fosse un “profumo” simile. Essendo il gioco delle carte in fondo una sfida, o una battaglia, mi sembrava perfetto. Inoltre, avrei potuto giocare sulla dicotomia buoni/cattivi e gestire in tal modo le carte rosse e quelle nere.
Ho inoltre voluto utilizzare sia l’iconografia antica napoletana che quella più moderna “francese”, fondendo i semi che in fondo sono una derivazione gli uni dagli altri. Ho cercato di creare qualcosa di armonico, sia a livello simbolico e narrativo che sotto il profilo tecnico, in cui mi sono destreggiato tra pittura a tempera per i personaggi e pittura digitale per la parte dei simboli.
Nel Fabio Celoni che oggi scrive e disegna, quanto c’è del piccolo Fabio che leggeva le avventure dei topi e dei paperi?
Tutto. Ogni atomo di quel Fabio è sopravvissuto ed è lui che guida la partita. Il Fabio adulto è solo un supporto, un tizio con la bacchetta, un po’ rompiballe, che cerca di bilanciare quel fuoco ardente cercando di contenerlo e guidarlo con quel po’ d’esperienza che si porta sulle spalle.
Venendo alla tua carriera, partiamo dall’inizio. Hai esordito nel 1991 (sei stato l’autore più giovane ad apparire su Topolino, quell’anno). Nel 1994 hai incontrato nientemeno che Carl Barks. Cosa ci racconti di lui, anche e soprattutto come influenza sul tuo disegno? Dalla sequenza finale con Paperone in Soul Papers fino ai recentissimi Tempi del Klondike, sembra che alcune suggestioni dell’Uomo dei Paperi tornino volentieri nelle tue matite.
Barks l’ho incontrato a Milano, al ristorante Don Lisander. Per me è stato come incontrare Mandrake. Un mago che aveva creato incantesimi meravigliosi ed era responsabile di molti dei miei sogni. Dire che è stato emozionante è dir poco. Gli avevo portato da firmare una delle mie storie preferite tra le centinaia che aveva creato, Zio Paperone e la disfida dei dollari, un capolavoro. Se fai Disney è impossibile non essere influenzato da Barks. Se non l’hai letto e studiato, devi probabilmente cambiare mestiere o quantomeno cospargerti di sale e farti leccare dagli avvoltoi. Non saprei dirti “come” Barks influenzi le mie cose, anche perché graficamente siamo molto distanti, ma lo fa, inevitabilmente, come lo fanno tanti altri autori che ho letto e amato. Lui, però, insieme a Gottfredson, resta su un altro gradino, irraggiungibile.
Quali altri maestri sono i tuoi punti di riferimento?
Restando in ambito Disney, oltre ai già citati ci sono certamente i grandi maestri italiani con cui sono cresciuto: non posso non citare Cavazzano, Carpi (che poi è stato il mio maestro “effettivo” durante il tempo della gavetta), Scarpa, Massimo De Vita. Altri miei maestri sono stati gli animatori disneyani fino a fine anni Ottanta, la vecchia scuola, insomma, di cui mi sono nutrito fino a farne indigestione.
Qual è stato il tuo rapporto col cinema d’animazione? Pensiamo ai Tre Porcellini, protagonisti della tua storia di esordio, dove abbonando anche i riferimenti a The Old Mill, oppure a Kingdom Hearts
Vedi? Ti ho letto nel pensiero e ho già risposto. Ho parlato del cinema d’animazione di Burbank in quanto è stata certamente la fonte di studio primaria per i miei lavori disneyani, ma aggiungo quello giapponese, quello dei Fleischer Bros, di Tex Avery e di Hanna & Barbera, compresi i character design di Alex Toth.
Di Kingdom Hearts avevo visto solo poche immagini stampate, mi pare concept del videogioco, quando mi chiesero di lavorare sulla sua trasposizione a fumetti. Il mio compito fu cercare di armonizzare i personaggi jappi con quelli disneyani dei fumetti, due mondi che non c’entravano assolutamente nulla insieme (e continuano a farlo). L’armonia che ho cercato di trovare doveva essere quantomeno grafica, ed è stata una battaglia ardua considerando che le rotondità Disney cozzavano pesantemente contro le spigolosità dei personaggi di Kingdom Hearts. Non potendo “irrigidire” Disney, ho ammorbidito quelli. È stata la prima trasposizione mondiale a fumetti, poi credo abbiano in qualche modo proseguito, ma non so dirti con certezza.
Sempre a proposito di esordi. Fucina di promettenti autori, Topolino ha lanciato tanti giovani artisti, molti dei quali hanno prestato la loro opera anche per altre realtà editoriali italiane e straniere. Quanto è importante avere in Italia un trampolino di lancio così prestigioso?
In realtà io ho iniziato con il fumetto horror, pubblicando alcune storie per una rivista edita dalla Acme e intitolata Mostri. Quasi contemporaneamente iniziai anche le prove per Disney. Very young. Su Bonelli e Dylan Dog sono arrivato dieci anni dopo. In realtà, questo è un mestiere talmente meritocratico che l’unica cosa su cui puoi contare davvero e ti può “raccomandare” è ciò che sai fare. A nessuno interessa se hai pubblicato per questo o quello, ma solo se sai lavorare bene su ciò che ti viene chiesto di mettere mano.
Va da sé che se lavori per grandi realtà editoriali sei evidentemente già stato “vagliato” da editor di un certo livello, ma nessun editore ti prenderà a scatola chiusa e pubblicherà roba scadente perché hai già pubblicato altrove. Non ci sono né pazzi né masochisti, ma solo imprenditori che con il tuo lavoro devono vendere più copie possibili. E vogliono, giustamente, valutare cosa davvero si fare con i loro personaggi.
Un punto importante della tua carriera è la concisa, ma intensa, collaborazione a PKNASpore, con Gianfranco Cordara, e la miniserie su Xadhoom, con Tito Faraci. Spore è il primo capitolo di una storia in quattro parti, la prima minisaga pikappica. Un incarico importante e ci immaginiamo avvincente. Io sono Xadhoom è uno scandaglio in un personaggio misterioso, tragico, lontano da noi in mille modi eppure ugualmente sofferente. E vanno ricordati soprattutto i colori peculiarissimi, quasi psichedelici ed estremamente suggestivi, sempre opera tua. Cosa ricordi di quei progetti? Quali sono state le tue ispirazioni grafiche? Cosa ti è piaciuto in particolare nel lavorarci? Cosa ti ha lasciato?
PK è stato un magnifico esperimento e una rivoluzione nei comics disneyani, in cui tutti gli artisti coinvolti hanno cercato di fare il massimo, rompendo gli schemi consolidati del fumetto Disney. Era una sfida ad alzare continuamente l’asticella e ci si stuzzicava a vicenda, fu un periodo molto fertile dal punto di vista creativo. Sia Spore che Io sono Xadhoom nascono in quel contesto, quindi desiderio di grande sperimentazione grafica e narrativa.
In Spore osai tantissimo con l’inchiostrazione, proponendo soluzioni grafiche di bianchi e neri che nel fumetto disneyano non si erano viste spesso. La storia venne poi massacrata dal colore, ma fortunatamente siamo riusciti a ristamparla in bianco e nero sul mio Disney d’Autore, sebbene vent’anni dopo. In Io sono Xadhoom sperimentai invece molto con il colore, testando una tecnica mista che vedeva fondersi tempera, acquerelli, matite colorate, china e soluzioni grafiche spesso vicine al fumetto realistico sudamericano, in particolar modo ad alcune cose di Alberto Breccia, come nelle immagini dei ricordi in bianco e nero in cui usai un mix di oli vari (non colori – oli da cucina!) per preparare parti di foglio prima dell’uso della china, e ottenere densità diverse ed effetti particolari.
Con Tito si lavorava tavola per tavola, ci sentivamo la sera e ci dicevamo: “e qui che ci mettiamo? Facciamoli menare, va’!”, e via dicendo. Quando la Disney francese vide quella storia mi “bannò” per anni da PK, giudicandola graficamente troppo sperimentale e fuori dai loro canoni abituali. Probabilmente, se fossimo stati nel 1600, qualcuno mi avrebbe bruciato su un rogo in Campo de’ Fiori e condannato alla damnatio memoriae, dopo avermi chiesto se fossi pentito dell’eresia e avermi torturato con matite ardenti per farmi ridisegnare la storia in stile anni Trenta. Scherzi a parte, quelle cose erano di certo anticipatorie ma fedeli allo spirito disneyano, anche se evidentemente l’assimilazione non fu immediata per tutti. Ma se non si osa non ci si muove. È stato molto divertente. Poi triste, e poi di nuovo divertente.
Fra le collaborazioni illustri, ricordiamo l’unica con Rodolfo Cimino: Zio Paperone contro Tarzone. Vuoi raccontarci qualcosa in merito?
È stato un onore collaborare con Cimino, uno dei miei miti d’infanzia. Lui realizzava le sceneggiature in forma di layout, con disegni molto belli e divertenti. Io ho cercato di fare il meglio che mi era possibile, come sempre. Ho scoperto con gli anni che quella storia è rimasta nel cuore di molti lettori e mi fa piacere. Avrò avuto circa 24-25 anni quando la realizzai, e mi ricordo che disegnare lo scimmiesco e pacioccoso Tarzone fu una goduria.
Altra storia che in qualche modo è rimasta negli annali, Paperoga e la renna in panne con Alberto Savini, dato che (ci si perdoni l’autoreferenzialità) la statuetta del Premio Papersera ritrae proprio i due protagonisti: sei affezionato a quella storia che è rimasta così impressa anche per i paperseriani?
Alberto è un amico e ci divertimmo un sacco a realizzare quella storia natalizia. La “renna cicciona”, come l’abbiamo sempre chiamata tra noi, ci è rimasta nel cuore. Una storia di disagio rennesco e riscatto degli ultimi, come non amarla? E quella statuetta, poi, era magnifica. Ve ne ringrazio ancora.
Nel 2010, avviene per te un vero e proprio ritorno in grande stile, dopo sette anni di assenza dalle testate Disney: esce Epic Mickey, cui collabora anche Paolo Mottura. Ci racconteresti qualcosa sulla genesi del progetto, come e quando sei stato coinvolto? E infine, quanta libertà creativa avete avuto tu e Paolo?
In quegli anni di assenza ho lavorato molto per Bonelli e semplicemente non riuscivo a gestire entrambe le cose. Mi ricordo perfettamente che stavo pedalando in un bosco della Repubblica Ceca sulla mia mountain bike, quando mi squillò il telefono e Roberto Santillo mi propose di realizzare questa storia, che sarebbe stata gestita direttamente dall’Accademia Disney e non dalla redazione. Mi sembrò un progetto interessante e accettai con piacere. Santillo mi chiese di realizzare tutti gli studi preliminari dell’ambientazione e il “mood” della storia, oltre a una tavola di prova.
Passò tutto senza problemi, anzi, con grandi entusiasmi da parte di tutti. La sceneggiatura era del “supereroico” Peter David. Mi spedirono un file da 2 giga con una mole spaventosa di documentazione, che comprendeva tutto l’universo del videogioco fin nel più piccolo dettaglio. Con la connessione di allora, impiegai giorni solo per scaricarla. E poi altri per rintracciare tra le migliaia di file i personaggi sconosciuti a cui Peter si riferiva nella sceneggiatura, vignetta dopo vignetta. Fu un lavoro davvero impegnativo e speciale, a cui sono ancora molto affezionato. Con Paolo, con cui iniziammo in contemporanea e che aveva la seconda parte della storia, ci sentivamo spesso per far collimare i personaggi.  
A proposito di Paolo Mottura, siete quasi coetanei, avete entrambi tratti personalissimi, e sebbene molto diversi vengono talvolta accostati fra loro per la gestione molto “fluida” dei contorni, la potente ispirazione nei dettagli, la facilità ad entrare in atmosfere dense e inquietanti. Ti ritrovi in questo vago apparentamento?
Paolo è un caro amico da trent’anni e compagno di folli viaggi intorno al mondo. Dovremmo scrivere (e illustrare) un libro solo di quello, sarebbe divertente raccontare di tutte le volte che siamo sopravvissuti a pericoli terrificanti nelle giungle, tra le catene andine o nei deserti, altro che fumetti. Il nostro stile di disegno è spesso accostato, ma si tratta di una similitudine superficiale, perché abbiamo modi piuttosto diversi di raccontare, malgrado l’utilizzo molto tecnico e virtuosistico del pennello sia comune a entrambi, come la ricerca di una regia sofisticata che oltre dalle letture deriva dal nostro amore per il cinema. Di certo abbiamo passioni grafiche assimilabili, e ci conosciamo così bene che inevitabilmente qualcuno ha preso un po’ dall’altro e viceversa. Ci siamo certamente arricchiti a vicenda.
Impossibile non citare uno dei tuoi lavori più celebri e riusciti: la “Trilogia Gotica” con Bruno Enna. Ci vorrebbe un’intervista solo per queste tre storie… ma parlaci delle tue ispirazioni grafiche in questi lavori, delle sperimentazioni (il famoso retino digitale), dei rischi che senti di aver affrontato per pubblicare storie del genere su Topolino, e in generale di come è stato lavorare a questo progetto instant classic che è entrato immediatamente nell’immaginario di migliaia di lettori.
Tutto è nato dalla proposta che Valentina De Poli fece a me e Bruno: voleva farci lavorare di nuovo insieme su un progetto “forte”, un caposaldo del cinema e della letteratura horror-gotica, il Dracula di Stoker, a cui poi sarebbero seguiti Ratkyll e Duckenstein. Sapeva che entrambi eravamo appassionati del genere e tra l’altro lavoravamo per Dylan Dog.
Ci chiese – e fu la prima volta da quando lavoravo in Disney – di “osare” e di fare tutto quello che non avremmo mai pensato di fare. Ci avrebbe, in qualche modo, “coperto le spalle”. Naturalmente, tutto sarebbe dovuto stare nei margini dei “paletti disneyani”, ma questo era un avvertimento di cui in fondo non avevamo bisogno, perché noi per primi non avremmo voluto oltrepassarli, conoscendo bene quali fossero e considerando il nostro grande amore per questi personaggi. Fu rischioso, ma non più di altre volte. Più che altro, fu molto difficile.
Ci era stata chiesta una trasposizione molto fedele al romanzo, e le atmosfere dovevano essere quelle, sia per quanto riguardava i testi che per la parte grafica. Ho osato molto, sicuramente, con le inquadrature e il bianco e nero. Avevo ben chiaro in testa il climax che volevo ottenere. Le ispirazioni grafiche furono risicatissime, per una mia precisa scelta. Non volevo farmi condizionare e volevo che quelle visioni fossero solo mie, per quanto sarebbe stato possibile. Va da sé che non si può sfuggire a ciò che hai già visto e letto, siano libri, illustrazioni, fumetti, film sul tema già incrociati. Non si può resettare la memoria a piacimento, ma la si può sfruttare.
Non ho ripreso direttamente in mano le fonti grafiche ma ho distillato quei ricordi in un succo nuovo. Aggiungo che, malgrado l’estrema peculiarità dell’approccio, sia io che Bruno volevamo che il risultato fosse totalmente disneyano. Così ci siamo tenuti nei binari, ma spingendo il treno a 500 all’ora. Davvero difficile, ma siamo stati ripagati da un immediato consenso da parte di pubblico e critica. Penso che più di tutto sia riuscita a passare la percezione di un lavoro molto sentito, onesto, pieno di passione e amore per il fumetto.
Ci sono altre collaborazioni in particolare che vuoi ricordare, oltre a quelle citate sinora, o delle storie specifiche a cui sei particolarmente affezionato?
Sarebbero troppe. In questo momento mi torna in mente il lavoro sull’Economia di Zio Paperone, che feci ad inizio carriera, con tutta una serie di illustrazioni che mi servì molto per crescere come disegnatore. Di questo devo ancora ringraziare Massimo Marconi, che credette in me e volle darmi quell’opportunità.
Una domanda sugli ultimi tuoi lavori disneyani: ad esempio la Cornamusa spettrale con Marco Nucci e i già citati Tempi del Klondike con Pietro Zemelo. Si tratta di opere più “canoniche” ma sempre a tinte vagamente horror od oniriche. Com’è stato gestire questo equilibrio?
A volte è difficile scrollarsi di dosso certe etichette, così io dopo la Trilogia Gotica sono un po’ diventato il “disegnatore gotico” disneyano, ma è una cosa un po’ limitante e che lascia un po’ il tempo che trova. Certamente il gotico mi affascina molto e forse è nella mia natura vedere il “meraviglioso” e il magico nelle cose, ma se devo fare una storia horror uso delle atmosfere congrue, se devo fare una storia di fantascienza ne uso altre, se devo fare una storia di Ciccio alla fattoria di Nonna Papera altre ancora (a meno che non ci siano mucche fantasma).
Sei e sei stato un prolificissimo illustratore e in particolare autore di copertine. Proprio negli ultimi mesi sono uscite varie tue copertine di Topolino, apprezzatissime. Ci racconti qualcosa sulla differenza fra disegnare e illustrare? Senti più responsabilità a disegnare copertine oppure in qualche modo è più “rilassante” rispetto a dover entrare nella logica di un’intera storia? Preferisci illustrare copertine “autonome” (vedi quelle del mensile Paperinik) o legate in qualche modo a una storia (come accade spesso su Topolino)?
Sono due lavori apparentemente simili ma in realtà molto diversi. Diversi concettualmente, innanzitutto, perché a differenza di una storia a fumetti una copertina deve narrare una storia in un’unica immagine, non può permettersi tempi morti o vignette interlocutorie, ma sparare un unico colpo fatale. Colpire il lettore dalla vetrina dell’edicola e convincerlo ad avvicinarsi e – si spera – acquistare il giornale. Deve incuriosirlo, colpirlo, affascinarlo. E deve farlo seguendo delle regole.
Per le copertine di Topolino ce ne sono alcune, per quelle di Dylan altre, per quelle di Tex altre ancora e così via. Ci sono differenze concettuali (di narrazione) e grafiche. Su Topolino, ad esempio, il personaggio si deve vedere bene, non può essere in ombra, deve avere certe dimensioni, ci sono un’infinità di accorgimenti che devono essere tenuti in considerazione. Fare copertine è davvero difficile, a prescindere dalla tua abilità pura nel disegno.
Per la tua ultima domanda, posso risponderti che quando lavori su una copertina legata a una storia particolare, hai a disposizione la storia suddetta a cui devi giocoforza ispirarti, quindi hai la possibilità di scegliere tra alcune ambientazioni, alcune situazioni e così via. Le copertine “libere”, come quelle dei mensili, hanno meno costrizioni ma bisogna considerare che partire dal “foglio bianco” non sempre è più semplice, anzi. Per quanto infine riguarda il “rilassamento”, è ovvio che disegnare un’intera storia è infinitamente più lungo e complesso che disegnare una singola illustrazione.
Per Dylan Dog hai realizzato una storia da autore unico molto apprezzata e presto esordirai come autore completo anche su Topolino. Qual è il tuo rapporto con la scrittura?
Ti correggo, ho realizzato quattro storie per Dylan come autore unico, o per meglio dire, la quarta la sto disegnando in questo periodo. Come ne sto realizzando diverse per Topolino, una lunga saga di Paperone scritta e disegnata da me e che vedrà la luce l’anno prossimo. Nel caso Disney, per me è la prima volta. Ma solo fisicamente, perché è da quando ho sei anni che scrivo storie per Topolino, sia sulla carta che nella mia testa. Quindi, per quanto mi riguarda è come se l’avessi sempre fatto, non la vedo come una novità.
Ho iniziato a scrivere contemporaneamente al disegno, e l’ho sempre fatto, da quando ho memoria. Fumetti, racconti, romanzi, libri-game, poesie, saggi, progetti vari. Ho scritto tantissimo, almeno quanto ho disegnato. Molte cose le ho pubblicate, ma moltissime no. Il disegno è talmente impegnativo che chiede davvero tanto tempo, ma non potrei vivere senza scrivere. Pubblicare la mia “prima” storia scritta su Topolino, dopo trent’anni di collaborazione grafica, è davvero una bellissima emozione. Sono felice che sia piaciuta molto in redazione e che mi sia già stato chiesto di… non smettere.
Sempre a proposito di Dylan Dog: com’è stato avventurarsi fuori da Topolino? Avevi sempre pensato di farlo? È stato intenzionale o casuale? Senti dei benefici dall’aver lavorato in ambito Disney, dal punto di vista artistico, quando ti approcci ad altri universi? E viceversa, quanto “porti indietro” a Topolino dalle tue esperienze altrove?
Ci avevo pensato fin da quando lessi il primo numero, nel 1986. Anzi, ancora prima, da quando Giampiero Casertano, il mio “maestro” di fumetto realistico alla Scuola del Fumetto, portò in classe le tavole che stava realizzando per Dylan Dog, che ancora non aveva esordito in edicola. Mi colpì immediatamente e pensai molto volte di provare a propormi, una volta uscito dalla Scuola. Ma poi Disney mi risucchiò completamente e non lo feci mai, anche per paura di non essere ancora all’altezza. Inoltre, Dylan era in quegli anni la testata più ambita in Italia insieme a Tex, e c’erano code chilometriche di disegnatori in attesa.
Finché, dieci anni dopo, la Bonelli stessa mi chiese di collaborare con loro, proprio per Dylan Dog. Abbastanza incredibile a pensarci, anche dopo vent’anni che ci collaboro. Mi chiamarono proprio dopo aver visto una mia storia di Topolino, pensa te. Colpiti dall’uso del bianco e nero. Sui “benefici”, è inevitabile. Ogni esperienza di disegno ti forma e ti arricchisce. Il fumetto umoristico e quello disneyano insegnano il dinamismo, l’espressività, ciò che fa ridere e impatta su alcune emozioni. Il disegno realistico e – nel caso di Dylan, horror – necessita di atmosfere e inchiostrazione completamente diverse, luci, regia particolari, e così via.
Cosa ci racconti degli ambienti che hai frequentato all’estero, in termini artistici?
A Hong Kong disegnavo vestiti Disney in stile anni Trenta e sono fuggito dopo un mese per disegnare fumetti. Nello specifico, PK. In Repubblica Ceca ci ho vissuto dodici anni, e malgrado la sfrenata passione dei cechi per l’arte, il fumetto è ancora poco conosciuto e considerato. Ma la seconda, a differenza della prima, resterà per sempre nel mio cuore.
Non possiamo non concludere chiedendoti di progetti futuri, su Topolino e altrove: cosa bolle in pentola?
In contemporanea alla saga di Paperone, sto lavorando a una lunga graphic novel su Totò: la trasposizione di un soggetto cinematografico inedito di Zavattini e Pietrangeli degli anni Quaranta che ha il beneplacito di Elena De Curtis. Dopo averne scritto la sceneggiatura, ne sto curando disegni e colori. Da grande amante di Totò, è qualcosa a cui tengo davvero molto. Poi sto disegnando una storia di Dylan Dog scritta da me, anche questa a colori e molto sperimentale. La sto inchiostrando con una spatola per il Das. Inoltre sono appena diventato il nuovo copertinista di Paperinik e per un po’ mi vedrete ogni mese sul mensile, oltre che su altre copertine di TopolinoSto ultimando un romanzo ciclopico a cui lavoro da moltissimo tempo e che racchiude un pezzo importante del mio cuore. Questo è ciò che ho in ballo adesso, poi ci sono naturalmente le cose in divenire, tra cui molte altre storie per Topolino che non ce la fanno più a restare confinate nella mia testa.
Ragion per cui vi auguro buon appetito, nella speranza di poter essere un buon cuoco. Ciao!
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Messaggio Da doctorZeta Ven 13 Ago 2021, 19:05

Ma che senso ristampare subito le storie? Mah

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Messaggio Da claudio57 Sab 14 Ago 2021, 13:22

Un numero di Anteprima ricco come non mai, questo di agosto!
Dal Supergiallo Topolino con cofanetto in legno e tavole di raccordo di Casty al volume sulle storie di Natale, dal gadget pikappico alla Metal Edition dedicata a Sio! E tanto altro!
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Messaggio Da doctorZeta Dom 15 Ago 2021, 14:31

Topolino 3429

Ed eccoci, finalmente: siamo al momento del grande rilancio di Macchia Nera. Gli editoriali del Direttore, una vera collana di perle che lega insieme tutti i numeri dell’annata del settimanale tramite anticipazioni e rimandi, lo aveva introdotto come qualcosa di profondo e deciso, affidato come sempre alla penna dello sceneggiatore di fiducia, Marco Nucci. Per risalire all’ultimo momento d’oro della vita del personaggio bisogna arrivare a Casty: vuoi con Darkenblot, vero e proprio “corso a parte” in cui l’incappucciato si faceva un poco più tecnologico e minaccioso, vuoi ancor prima con il ciclo di storie macchianeresche uscite negli anni Duemila, alcune delle quali raccolte nello splendido Classico curato, non a caso, proprio da Nucci.
quel Classico fa quasi da necessaria premessa alla nuova storia, ricordando ai lettori intorpiditi da anni di furterelli di cosa fosse capace il più diabolico degli avversari topolineschi. Ma soprattutto, ci ricorda il grande debito del personaggio verso Casty; autore che in questa storia iniziale del nuovo ciclo, Io sono Macchia Nera, non è chiamato a gestire in prima persona il rilancio, occupandosi però della parte grafica.
Il suo lavoro in questa storia è, a tratti, di una dedizione assoluta: come se il decennio che ci separa dall’Incubo orbitale (l’ultimo Macchia Nera disegnato da Casty) si riversasse completamente nei dettagli finissimi delle tavole più belle. È un’arte facile a inquadrarsi in un classicismo scarpiano che non attira troppi commenti, complice una certa “funzionalità” narrativa che a volte prende il sopravvento sul virtuosismo artistico: ma le venature di inquietudine un po’… burattinesca e teatrale che abbiamo imparato a conoscere nel Casty “dark” sono tutte sue.
È singolare, forse, che l’autore friulano avesse riservato questi toni per storie diverse da quelle di Macchia Nera: quasi come se per lui Macchia fosse anzitutto un genio del male, un uomo sotto un mantello, piuttosto che uno spettro. Del resto, anche Gottfredson aveva rappresentato Macchia Nera come un’ombra, più sfuggente che incombente, più micidiale che minacciosa: e tanto erano rimasti più efficaci, invece, i rapidi momenti in cui l’incombere immediato della minaccia si faceva concreto e mortale.
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Catabasi
Ed eccolo invece, in questa copertina di Fabio Celoni, spettrale come non mai. Un Macchia Nera senz’altro più teatrale di quanto già non fosse (e a suo agio nell’esserlo), meno calcolatore e più tenebrosamente romantico del solito: un antagonista di cui leggiamo addirittura i nitidi e foschi pensieri in una raffinata sequenza proemiale. Un carattere forse più accostabile a tanti altri “cattivi” di cinema e fumetto, specie recenti, di quanto fosse il modello precedente, ma che di sicuro (ed è questo ciò che conta) funziona. Le atmosfere spettrali e beffarde in cui Nucci e Casty lo avvolgono per l’occasione richiamano alla lontana certa iconografia dello “spavento ridente” un po’ alla Nightmare Before Christmas, che molti epigoni ha avuto nel tempo: in questa direzione va l’inusuale sorriso che compare sopra il cappuccio di Macchia Nera.
Nucci ricorre ad un godibile espediente per commentare (più che giustificare) il passaggio dal quasi umile ladruncolo degli ultimi anni, compare di Sgrinfia, allo spettro temibilissimo che si appresta a mettere in campo. Dopodiché la narrazione passa tutta dalla parte degli ignari topolinesi, in una prima parte di storia che ci ricorda una delle più vibranti storie di Casty, [url=https://inducks.org/story.php?c=I+TL+2705-1&search=spazzastoria casty]Topolino e la neve spazzastoria[/url].
Lo spirito, del resto, è abbastanza castyano (prova che la selezione del Classico fu fatta da Nucci con altissima cognizione di causa), nonostante le differenze sopra accennate. Non lo è il ritmo, che grazie alla maggiore libertà sul numero di tavole è molto meno compresso che nelle vecchie storie, e si concede tutta una serie di gag, alcune godibilissime (ad esempio una con Manetta), altre forse meritevoli di qualche trovata più audace (quella sul parcheggio è forse essenzialmente ripetuta). L’apprensione per ciò che succede a Topolinia, nel frattempo, monta con efficacia, e ci conduce dritti alla puntata successiva.
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Sorrisi da incubo
Insomma, la prima parte di questa storia di rilancio può dirsi senz’altro riuscita. Merito di entrambi gli autori, che danno prova di una dedizione al personaggio che proviene forse da idee e concezioni diverse ma appare funzionare bene. Se mai queste energie dovessero mescolarsi, nelle prossime storie, già a livello di trama e di sceneggiatura, il piatto messoci a disposizione sarebbe se possibile ancora più intrigante.
Un commento più generale: la stessa durata della storia fa capire come per Bertani, sempre più che coinvolto nella gestione delle storie, gli eventi portanti dell’annata topolinesca vogliano essere veri e propri archi narrativi che si sviluppano attraverso più storie tematiche, queste a loro volta divise in più puntate. Possiamo pensare alla recentemente conclusa saga di Vertigo come alla prova generale di questo formato.
Un formato che va ancora una volta nella direzione di fornire collanti, anche piuttosto volitivi, ad una rivista di per sé altamente multifocale. Un esperimento interessantissimo, e che non a caso è affidato in parte preponderante a un autore, Nucci, vicino al mondo bonelliano e dunque più a suo agio con sceneggiature meno dense e più d’impatto, intrise di una intenzionalità forse inedita per il mondo Disney. Ed ecco emergere la grande alleata del Macchia Nera di Nucci e del Topolino di Bertani: la retorica (sia letto in senso neutro e non necessariamente dispregiativo). La retorica dei toni, delle atmosfere, dei sentimenti e delle trame, mai più lasciate ad alimentarsi dei meccanismi insiti nei personaggi, ma guidate e se necessario dipanate per entrare nella logica uniforme della rivista.
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Il Duckan-pensiero
Ma veniamo al resto del numero: un quadro, ci si conceda, non altrettanto trascinante. Il momento più vivo è la prima puntata di una nuova storia di Marco Gervasio e Giuseppe FacciottoPaperinik e la minaccia alla fattoria, che essenzialmente pone le basi emotive per l’azione: come di consueto, ci aspettiamo una diluizione in varie puntate, nell’attesa di vedere un Paperinik lanciato all’attacco dopo il trauma – di una profondità inaudita va detto, quasi difficile da valutare – che lo ha colpito.
Il Paperino/Paperinik di Gervasio è un personaggio prodigo di aperture verso il lettore circa i propri pensieri e stati d’animo, così come lo stesso Fantomius. Ci pare questo un tratto tipico e forse non così spesso sottolineato, che va nella direzione da una parte di una caratterizzazione particolarmente chiara e aperta, e dall’altra di una ormai consueta diluizione della vicenda.
La conclusione della storia di Tito Faraci e Libero ErmettiTopolino e l’oscura finale, si articola attraverso un lungo inseguimento che non vede forse troppo ispirati né la sceneggiatura né il disegno: la ripetizione della stessa gag “a equivoco”, certamente molto faraciana, ci accompagna alla soluzione dell’enigma e all’identità del sabotatore-fautore. È un po’ strano vedere questo grande autore un poco schiacciato in storie brevi o dalla comicità rodata e ripetitiva, ma va anche detto che i suoi lasciti alla disneyanità, sebbene a volte misinterpretati, sono già cospicui. Degno di menzione il passaggio in cui scopriamo che Topolino usa gli iconici pantaloncini rossi come pigiama.
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Pantaloncini d’epoca e pantofole con l’effigie… Topolino vivrà nel culto della propria personalità?
Segue Gastone e la spiaggia della (s)fortuna, dall’ispirazione abbastanza retrò, tanto da poterla facilmente ascrivere alla rivista di vent’anni fa: la sceneggiatura è di Marco Bosco e i disegni di Giulia Lomurno, una nuova autrice che appare ben lanciata anche se, come è normale, ancora assai saldamente ancorata agli schemi grafici più collaudati ed elementari del Topolino di oggi. Infine, in Battista, Filo e l’affare vacanze, di Giorgio Fontana e di un (come sempre) ottimo Carlo Limido, i due protagonisti si incontrano e si scontrano all’ombra delle ferie estorte inusualmente a Paperone.
Una conclusione di numero forse un po’ lontana dalla direzione che la rivista appare voler tenere. Ma da che mondo è mondo (o meglio, da che Topolino è Topolinoquella delle storie brevi è forse la madre di tutte le battaglie editoriali.
I grandi progetti narrativi e artistici si impalcano quasi sempre sulla gestione delle storie lunghe, concentrate o dipanate che siano; ma la carenza di una spinta motrice forte nell’ambito della produzione umoristica di breve o brevissimo respiro è un problema che si ripresenta ciclicamente, risolvendosi talvolta in maniera parziale sulle spalle di autori singoli e incapaci di sopperire da soli al fabbisogno settimanale: vuoi Enrico Faccini, il più grande autore di storie brevi dall’epoca dei fratelli Barosso, vuoi più di recente Marco Nucci con l’ottimo Newton.
Cosa abbia in serbo su questo fronte la nuova gestione è ancora poco evidente all’occhio dei lettori; ma confidiamo che una volta consolidata la rotta possa, come di consueto, stupirci e intrattenerci. Buona lettura!

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Messaggio Da doctorZeta Lun 16 Ago 2021, 19:02

Il Club dei Supereroi 1
Secondo Matteo Ficaranella narrativa attuale i supereroi hanno sostituito gli dei e gli eroi che nell’antichità caratterizzavano i racconti del mito. E ciò è vero in parte: se da un lato abbiamo personaggi mitici, fuori dal comune, capaci di straordinarie imprese, dall’altro l’attuale narrativa tende a rendere questi personaggi sempre più umani e sempre meno “divinizzati”. Questo processo di trasformazione del mito porta a considerare tali personaggi sempre più solo come qualcosa di cui si legge, e non si narra.
Si assiste, insomma, ad una “normalizzazione” dell’eroe. Il primo risultato di questa operazione è il fatto di poter ridere delle loro vicende: non siamo più di fronte a divinità che minacciavano ritorsioni a chi non avesse saputo rispettarle; siamo ora di fronte a personaggi stravaganti, che decidono di assumere una nuova identità e di impegnarsi in qualche impresa. E questo è ciò cui assistiamo con i supereroi del mondo del fumetto Disney, i cui autori hanno messo sempre i propri personaggi in contesti in cui i propri poteri vengono utilizzati in una miriade di maniere, ma sempre con risultati stravaganti e molto spesso divertenti.
Il Club dei Supereroi riprende la tendenza di una testata molto in voga negli anni Novanta: Paperinik e altri supereroi. L’obiettivo di quella collana tematica era raccogliere, appunto, le storie non solo dell’alter ego di Paperino, ma anche di Super Pippo e Paper Bat (o almeno è stato così per i primi 39 albi). Per quanto in seguito molte storie di questi ultimi due supereroi fossero pubblicate su testate antologiche parallele (come Mega 2000), gli stessi vivranno momenti e stagioni differenti: per quanto riguarda Paper Bat, salvo una prima “riapparizione” su Ridi Topolino nel 1997, lo “strampalato” supereroe tornerà sulle pagine della testata ammiraglia solo nel 2008, all’interno della saga degli Ultraheroes. Salvo poche e fortunose comparsate, l’identità segreta di Paperoga troverà ben poco spazio altrove, con una non rilevante regolarità sul settimanale, mentre ritroverà uno spazio di discreta continuità editoriale su Papersera. Super Pippo, al contrario, approda con storie inedite su Topolino a partire dal 1998 e non incontra difficoltà ad essere pubblicato con una certa regolarità sulle pagine del giornale.
La recensione di questo primo numero del Club dei Supereroi parte da uno sguardo alla copertina, disegnata da Donald Soffritti, che sembra subito mettere in chiaro lo stile che si vuol dare alla testata: nuovo, originale, ma con uno sguardo anche alla tradizione. Tra le storie dell’albo sembra esserci un piccolo “filo rosso” dato dalle “prime volte”, come diremo tra poco.
WALT DISNEY - Pagina 13 Arachide-1024x479Anche (Super) Pippo ha bisogno della sua “piuma magica”
Uscita nel 1998, Super Pippo e l’ultima arachide, di Francesco Artibani e Alessandro Perina, ha segnato il ritorno del supereroe sulle pagine di Topolino, finalmente con materiale inedito scritto da italiani. Ciò si evince anche dalla premessa editoriale del volumetto: non si tratta della prima storia in ordine cronologico relativa al personaggio, ma è una piccola “celebrazione del ritorno”, un modo per apprezzare il personaggio da parte dei nostri autori.
Pippo ha smesso da qualche tempo i panni del supereroe, ma ha conservato un’ultima arachide, per i casi di emergenza. L’occasione di usarla si presenta con l’invasione degli alieni Zonk, il cui imperatore ha deciso di costruire un complesso residenziale di lusso proprio nel quadrante della Terra (con un nemmeno troppo velato riferimento all’autostrada spaziale dei Vogon in Guida galattica per autostoppisti). Una storia, questa, che sembra fungere da crocevia proprio per riportare sulle pagine di Topolino le storie di un supereroe molto amato ma pressoché trascurato: un buon ritmo, i giusti tempi comici (tipici dell’autore), mai banale o superficiale e che sa mettere in rilievo un personaggio insolito, ma di buona presenza.
WALT DISNEY - Pagina 13 Aspirante-super-1024x508Il primo “Paperbat”
La seconda storia del volume sembrerebbe porre le origini del personaggio di Paper Bat, benché (come si cerca di spiegare nel breve editoriale introduttivo) si tratti di origini “fittizie”. Paperino aspirante supereroe, di Carlo Chendi e Giorgio Cavazzano, è una storia molto semplice ed efficace. Le vicende qui esposte sono per certi versi simili a molte altre in cui Paperino veniva collocato tradizionalmente dagli autori italiani di quegli anni: idealismo di rivalsa, situazioni di equivoco e relative gag che ne derivano. Per quanto non sia da classificare come origine del Paper Bat tradizionale (creato invece da Ivan Saidenberg e Carlos Herrero), la storia può collocarsi come tentativo umoristico di assumere una seconda identità da parte di Paperino, benché questa soluzione di trama si consoliderà solo con la creazione del personaggio di Paperinik.
WALT DISNEY - Pagina 13 Paperbat
La dura vita del supereroe
Oltre alle storie italiane, ovviamente, troviamo anche materiale di produzione estera. In primisPaper Bat contro tutti, di Saidenberg ed Herrero. Non è la prima apparizione cronologica del personaggio, ma è forse la prima vera “caccia ai banditi” che Paperoga affronta dopo aver acquisito la sua nuova identità. L’evasione dal carcere di due criminali farà da sfondo alle vicende di Paper Bat, che dovrà dimostrare di meritarsi la stima dei cittadini e del commissario Basettoni.
Seppur molto semplicistica, con un ritmo sostenuto ma con tempi comici non sempre perfetti, con le vicende dei criminali raccontate solo con riferimento a due di loro (e gli altri che stavano architettando la fuga?), la storia è gradevole e tutto sommato rimane un piccolo cult per gli appassionati del genere. Va però consigliato di leggerla in particolare a seguito della lettura di Le origini di Paper Bat su Papersera 11 per via di diversi riferimenti, cercando di comprendere anche il worldbuilding che l’autore ha voluto creare per introdurre definitivamente il personaggio.
A seguire, due piccole gag di una pagina (entrambe della serie Le Invenzioni di Paper Bat), realizzate sempre dal duo Saidenberg/Herrero nel 1973 e che vedono come protagonisti due dei mezzi di trasporto utilizzati dal supereroe: il saltarello e la moto, adeguatamente modificati per essere funzionali alle storie del papero mascherato, vale a dire solo per mettere in rilievo il suo lato comico e non anche per sottolineare la sua bravura.
Basettoni a tu per tu con gli inarrivabili (Teixeira/Fukue) è la storia che introduce il vero e proprio Club dei Supereroi: il titolo italiano, ancora una volta, sacrifica molto di quello originale, che è O Clube dos Heróis. In questa vicenda, il commissario è indaffarato a contattare i vari supereroi per sconfiggere un gigantesco alieno. Nessuno di questi riuscirà a fermare il mostro singolarmente, ma grazie all’intuizione di Vespa Vermiglia, ovvero allearsi e attaccarlo tutti assieme, i nostri avranno la meglio. La soluzione proposta è valida ed è così efficace che Vespa Vermiglia propone al commissario di fondare il Club, scambiato da Paper Bat per un “club di intrattenimento” (da cui la gag finale). La storia prevede l’inserimento di tutti i supereroi solo per motivi di trama; il ritmo è comunque buono, ma manca il necessario mordente per tenere il lettore col fiato sospeso e farlo appassionare.
WALT DISNEY - Pagina 13 Club-1024x514Tutti per uno…
Pare essere soltanto una riempitiva la quarta storia dell’albo, Paperinik & C. e “il migliore”, dall’impianto molto semplice: i supereroi (maschi) competono tra loro per accaparrarsi un finto premio, creato da due villain per tenerli impegnati. Solo l’intervento riparatore di Paperinika riuscirà ad evitare sia una totale disfatta degli stessi, sia danni ulteriori per la città. Proprio perché molto semplice, la storia risulta essere solo un intermezzo (forse anche non necessario) tra un’avventura e l’altra. Difficile considerarla una lettura fondamentale o al tempo stesso gradevole.
Veniamo ora alle storie inedite in Italia, di cui il Club farà da vetrina. Ricordiamo subito che, stando alla pubblicità a fine albo, dal prossimo numero questa sezione vedrà la pubblicazione delle avventure di Darkwing Duck (ed in particolare le storie della Boom!), mai pubblicate in Italia e che promettono una lettura decisamente gradevole.
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Gli strani effetti delle spagnolette in una tavola di grande effetto
È meno gradevole, però, la prima delle inedite qui proposte. Scritta da Kari Korhonen e disegnata da Francisco Rodriguez PeinadoUn super pesce d’aprile è considerabile come una “metastoria”. I tre protagonisti (Paperino, Zio Paperone e Super Pippo) raccontano le storie “assurde” che sono capitate loro quel giorno e si rivolgono direttamente al lettore: l’obiettivo è far indovinare quale dei tre abbia raccontato una storia troppo incredibile per essere vera. Il finale mostra come uno dei racconti (non vi diremo quale per evitare spoiler) è appunto quello falso sulla base di un espediente grafico e sul fatto che ci sono state interpolazioni con alcuni elementi dalle altre mini-avventure.
Ma non solo: anche le altre due vicende sono così al limite da generare nel lettore il dubbio della loro veridicità. Per quanto inedita e con elementi di coinvolgimento, questa storia non riesce ad essere del tutto convincente. Il ritmo narrativo è buono e si accompagna dignitosamente ai disegni, ma il risultato non sembra decollare più di tanto. Il solo fine di mettere a confronto tre personaggi, con appena una presenza di rilievo di un supereroe, non sembra essere sufficiente per attirare l’attenzione del lettore, anche di quello più esperto.
Le altre due inedite sono di origine brasiliana. La prima, Paper Bat contro Zonar, proviene da un albo speciale dedicato proprio al Clube. Dopo una sequenza didascalica del volo rovinoso di Paper Bat, questi deve affrontare le mire espansionistiche di Zonar, un regista cinematografico fallito. Una storia breve che, pur volendo concentrare l’azione in poche vignette, riesce ad essere estremamente gradevole.
Meno godibile, tuttavia, è la seconda: Paperinik – Attenti alla scimmia!. La storia mostra Paperinik e Paperinika alle prese con un gorilla fuggito da una nave cargo, in realtà alla ricerca del suo cucciolo. Il ritmo di questa storia pare molto frenetico, l’azione è al centro di tutto, ma emergono soprattutto i problemi di convivenza tra i due supereroi (già evidenziati nelle storie di Martina con Paperinika); appare anche poco chiaro il punto in cui i due sembrano avere attrazione per l’altro, ma riflettono sulle proprie relazioni nella vita reale (tra loro stessi, appunto). In generale, non una storia che scorra piacevolmente e che difficilmente potrà convincere il lettore.
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Una super attrazione reciproca
La valutazione complessiva di questo primo numero de Il Club dei Supereroi tiene in conto due parametri: la scelta di avviare una nuova testata e l’albo in sé. Sotto il primo punto di vista, dare uno spazio autonomo al filone generale delle storie sui supereroi disneyani può avere senso, visto anche il precedente di successo di Paperinik e altri supereroi. Sicuramente, gli appassionati del genere potranno gustarsi queste storie senza problemi. L’impianto editoriale, pur scarno, è sicuramente ben curato e potrebbe risultare anche un valido elemento da tenere in considerazione per coloro che si avvicineranno alla collana.
Tuttavia, sono ancora molti i punti su cui la testata dovrà migliorare, e qui dobbiamo inserire la valutazione sull’albo in sé. Una prima criticità sicuramente riguarda la qualità delle storie, soprattutto delle inedite: invero, la diversità di umorismo tra le avventure italiane e quelle brasiliane è immediatamente percepibile in questa sede, ma il problema sicuramente può essere risolto con un notevole bilanciamento tra i due tipi. La scelta di stampare delle inedite di produzione danese e brasiliana è comunque lodevole e segue la tendenza già avviata e consolidata su altre testate Disney, come Papersera e Il Manuale delle Giovani Marmotte; ma anche qui la qualità della selezione va rivista per cercare di dare una spinta differente alla collana.
Un secondo punto su cui migliorare riguarda sicuramente la modalità di pubblicazione delle storie medesimeseguire un filo cronologico permette al lettore di apprezzare meglio l’evoluzione dei personaggi e le loro caratterizzazioni da parte dei diversi autori nei diversi periodi; al contrario, un puro e semplice riempimento dell’albo rischierebbe di portare confusione nel lettore, che non riuscirebbe a seguire sia le diverse provenienze delle storie sia l’evolversi dei personaggi nei contesti in cui sono stati inseriti dagli autori.
Data anche l’imminente pubblicazione delle storie inedite di Darkwing Duck, la valutazione complessiva della testata potrà essere rinnovata con i prossimi numeri. Nel complesso, la qualità dell’albo è sufficiente a destare un minimo di attenzione per questo esperimento

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Messaggio Da doctorZeta Mar 17 Ago 2021, 18:08

Storia e Gloria delle Carte Disney

Le carte da gioco hanno ormai una storia millenaria, con l’invenzione cinese nel X secolo e lo sbarco in Europa verso la fine del XIV secolo. Quelle più diffuse, e tuttora più usate, sono le cosiddette francesi con i quattro semi: cuori, quadri, fiori, picche.
In Italia le carte sono spesso associate alla stagione estiva, in cui al mare si scatenano tornei di canasta, scala quaranta, burraco oppure scopone scientifico (di cui vale la pena ricordare il capolavoro del 1972 di Luigi Comencini con Silvana Mangano e Alberto Sordi). Proprio per questo, Topolino decise di creare come gadget svariati mazzi di carte con i personaggi disneyani, soprattutto nelle estati degli anni Novanta. Ma il fenomeno aveva avuto inizio molti anni prima, e ora sta conoscendo una ripresa con le cosiddette Carte d’Autore.
In questo articolo vorremmo dare una panoramica su tutte le uscite di carte Disney, partendo dall’ottimo articolo di Luca Boschi uscito su Maestri Disney 27, e tenendo anche conto delle preziose informazioni del topic sul nostro forum. Qui invece la pagina Inducks con gli indici di tutte le carte da gioco.

Storia

In principio, ci fu il Toporamino. Si trattava di un gioco che combinava l’utilizzo di 40 carte universali con messaggi di buon auspicio (dette “carte divinatorie”) ad un vero e proprio gioco, con le regole pubblicate sull’Albo d’oro 168 del 30 luglio 1949.
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Le curate carte di Rota per i 50 anni di Topolino edito da Mondadori nel 1985
Si trattava di un gioco povero, con le 40 carte che andavano ritagliate dall’albo e incollate su cartoncini da trovare in maniera autonoma, in linea con lo stile di vita di quegli anni. Il gioco era disegnato da Michele Rubino, che all’epoca si occupava di svariati disegni Disney, utilizzando molti ricalchi di autori americani. Le carte stesse sono molto semplici, e vennero ristampate su Topolino 17, 18 e 19.
Qualcosa di più organizzato arriva nel dicembre 1964, quando viene pubblicata una collaborazione tra i personaggi Disney e il celebre produttore di carte da gioco Dal Negro.
Si tratta di un mazzo da 52 carte che sul retro pubblicizzava le tre uniche testate edite da Mondadori: TopolinoAlmanacco Topolino e Albi della Rosa. Fa sorridere vedere un tale prodotto con gli occhi odierni: l’anonimo autore realizza dei personaggi semplicemente naif, dalle espressioni vacue, i becchi sguaiati e le prospettive bizzarre. Si tratta di un prodotto sicuramente gradevole, ma ben distante dai canoni di qualità che oggi ci aspetteremmo. Nell’eterno dibattito sul fumetto Disney “che ai miei tempi era meglio”, vedere questo mazzo di carte fa sicuramente riflettere.
Dopo questa discutibile parentesi, le carte scompaiono dalle edicole. Mondadori realizza monete, francobolli, banconote e crea parecchi prodotti esclusivi per gli abbonati, ma non mazzi da gioco allegati alle riviste ai fumetti. Vi furono un paio di tentativi ma realizzati per iniziative esterni, e con risultati decisamente discutibili. I lettori del settimanale dovranno aspettare il 1984, quando viene allegato a Topolino una proposta di estrema qualità. Nel 1983, intanto, vi era stata una prova generale con le carte Gò, ma anche in questo caso l’approccio stilistico risulta piuttosto banale e non particolarmente convincente.
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La maestria di Marco Rota si diffonde in tutte le 40 carte del Mercante in Fiera del 1984
Il 1984 invece vede un totale nuovo approccio, grazie alla presenza di Marco Rota. All’epoca l’autore milanese faceva l’art director per tutto l’ambito Disney edito da Mondadori, ed è il suo stile a marcare con raffinatezza le nuove carte.
Ben due sono le iniziative pubblicate: con Topolino 1479-1482 vengono allegate le carte Nesquik, in cui Rota ricrea in maniera inventiva lo stilema delle carte francesi, con le figure tagliate a metà e speculari. L’investimento non è elevato – le figure sono tutte uguali per ogni seme – ma l’insieme appare organico, e presenta un bellissimo jolly con Topolino vestito da Apprendista Stregone.
Ma a brillare è sicuramente l’iniziativa del Mercante in Fiera, per il quale Rota realizza 40 diverse illustrazioni con personaggi di tutti i tipi, dai classici a quelli meno noti, passando per alcuni protagonisti dei cartoni come Penna Bianca o Capitano Uncino. I numeri 1516-1521 di Topolino ospitano l’iniziativa, ed è ormai diventata una prassi utilizzare le copertine del settimanale come lancio. Il gioco del mercante in fiera è tipicamente legato al Natale, ed è composto da due mazzi da 40 carte l’uno, nel caso di quello Disney con due astucci uno rosso e uno giallo. Si tratta di un prodotto che non ha paura di gareggiare con quelli professionali, grazie alle abilità di Rota che associa con garbo personaggio e mestiere. Il lavoro fu celebrato anche nel portfolio contenuto su Disney Anni d’Oro 25.
Evidentemente l’iniziativa ha successo, tanto da spingere Mondadori a realizzare un altro mazzo di carte per festeggiare i 50 anni di Topolino edito da Mondadori. La nuova iniziativa è speculare al mazzo di carte Nesquik e, invece di avere le tre figure con i paperi, le abbiamo con i topi. Lo stile è simile, con risultati decisamente migliori, dato che Rota aggiunge parecchi dettagli ai costumi e arricchisce gli sfondi, che prima erano inesistenti. Nonostante un solo tipo di figure (e quattro assi), si tratta di un risultato molto intrigante, arricchito da un astuccio decorato da Rota su ambo i lati.
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Carte usate due volte, prima nel 1984 e poi nel 1991
Passano quattro anni e, con il Topolino 1770 dell’ottobre 1989, vengono allegate le carte AZ Junior. Si tratta per la prima volta di carte non Disney, dato che Dal Negro presenta solo le classiche carte francesi, con la mascotte del famoso dentifricio stampata sull’astuccio. Abbiamo quindi una pura operazione promozionale, in cui Topolino fa da base per promuovere un prodotto, senza aggiungere nulla di disneyano.
Negli anni Ottanta Topolino era una grande forza pubblicitaria, per cui le carte servivano solo al brand del cliente. Analogamente nell’estate del 1991, con le carte Colgate, con quattro copertine dedicate dal numero 1855 al 1858. Stavolta la redazione ricicla i soggetti dei paperi usati nel 1984, senza nessuna variazione se non il marchio che sponsorizza l’iniziativa. Probabilmente, dovevano essere operazioni redditizie per Mondadori prima e Disney Italia dopo, dove non serviva neanche commissionare nuove opere.
Gli appassionati di carte, per vedere qualcosa di nuovo, dovranno aspettare il 1992, che da il via a sei anni di iniziative molto interessanti e sempre creative, ricche di suggestioni e di idee.
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Le straordinarie carte di Carpi, eccezionali nella loro purezza compositiva
Si inizia con il botto con le Carte d’oro di Topolino (sui numeri 1907-1910 del giugno e luglio 1992), a detta di chi scrive le carte piu belle mai realizzate. I disegni sono realizzati da Giovan Battista Carpi, all’apice della sua qualità.
Il maestro genovese infatti si esercita nella sua specialità – le illustrazioni – con un profluvio di accurati dettagli, di vesti ricamate, di sfondi solari e ricchi di geometrie mai confuse, in linea con la tradizione delle carte ma in maniera rivoluzionaria.
I colori di Silvano Scolari risultano una gioia per gli occhi, per un risultato estremamente raffinato. Le 12 figure, i 4 assi e i 2 jolly risplendono nell’astuccio dorato, che non presenta nessuna immagine promozionale.
Possiamo parlare quasi di un’anticipazione delle future Carte d’Autore, come vedremo successivamente. La casa produttrice è, per la prima volta, la storica Modiano.
WALT DISNEY - Pagina 13 Carte1993
Le carte Fiat Cinquecento ricchissime di personaggi meno usati
Nel 1993, un anno dopo, abbiamo il mazzo Fiat Cinquecento, che risulta totalmente inedito rispetto al passato. Ogni carta infatti presenta un disegno, dedicato ad un singolo personaggio, dando fondo agli archivi del cast Disney, con ben pochi character dimenticati.
Uno sforzo considerevole, che vede all’opera una squadra di autori, in cui riconosciamo sicuramente Maurizio Amendola (fiori), Valerio Held (quadri e picche) e Lino Gorlero (cuori), ma risulta piuttosto difficile capire chi abbia fatto cosa.
Le figure dei re ad esempio risultano piuttosto standard, mentre le carte di personaggi minori sembrano dei ricalchi da altre pose usate forse per il merchandisingIl risultato è comunque buono, e vede per la prima volta l’utilizzo della figura intera per le figure (si perdoni il bisticcio di parole) invece di usare la struttura speculare classica.
L’anno successivo, il 1994, vede un dispiegamento di risorse maggiore.
WALT DISNEY - Pagina 13 Carte1994
Cavazzano realizza un bellissimo lavoro sospeso tra tradizione e innovazione
Si festeggiano i 60 anni di Paperino e il maestro Giorgio Cavazzano viene incaricato di realizzare le carte, distribuite tra i numeri 2011 e 2014, come aveva fatto Carpi nel 1992. Il modello è lo stesso – 12 figure, 4 assi e un solo jolly – e si torna alle figure speculari.
Il risultato è eccellente, dato che Cavazzano utilizza il suo stile per mischiarlo con la tradizione delle carte per ottenere un effetto estremamente piacevole, dai colori netti ma mai soffocanti e da una linea sintetica perfetta.
Il lavoro è arricchito da una estrema leggibilità che permette di individuare e memorizzare subito i diversi semi. Dalla visione degli originali, alcuni esposti anche a Etna Comics nel 2017, possiamo vedere le ecoline stese con cura e una dimensione ovviamente molto maggiore che arriva a 16x24cm.
Le iniziative per le carte continuarono anche con una storia promozionale, realizzata da Fabio Michelini sempre su disegni di Cavazzano. È buffo vedere come questa avventura mischi palesemente il mazzo con tutti i personaggi Disney dell’anno prima, con alcune grafiche del mazzo dei 60 anni di Paperino in corso, in una piacevole avventura che unisce Paperopoli e Topolinia.
Va notato come Cavazzano, nello stesso anno, abbia dato inizio ad una prolifica collaborazione con Dal Negro, che abbiamo cercato di riassumere in questo topic e di cui approfondiamo gli aspetti legati alle carte da gioco in una tabella alla fine dell’articolo.
WALT DISNEY - Pagina 13 Carte-95-96
Le curate carte sportive di Zuegg: ogni carta con il suo disegno.
Nel 1995 le carte tornano ad avere uno sponsor, in questo caso la marmellata Zuegg. Si tratta, nonostante l’assenza di copertine promozionali, che non torneranno più, di un’iniziativa molto impegnativa perché, dopo le carte Fiat Cinquecento, anche queste presentano una figura per ogni carta (le figure a colori e le altre in bianco e nero).
Il tema è lo sport, declinato in almeno 52 discipline diverse. L’autore potrebbe essere Marco Ghiglione o Roberto Santillo, in una miscela di stili tra il merchandising tradizionale e quello più genuinamente italiano.
Il risultato è davvero ottimo, per un mazzo molto intrigante, valorizzato da una colorazione mai banale. Peraltro, i personaggi usati sono provenienti solo dal mondo dei topi, in una scelta piuttosto coraggiosa, visto che il pubblico in genere predilige i paperi.
Il 1996 è il penultimo anno di carte e abbiamo un’iniziativa sostanzialmente poco convincente. Lo sponsor è Costa Crociere, che impone un logo sull’astuccio di paperi vacanzieri affacciati all’oblò, mentre i soggetti delle figure sono a tema sportivo. Particolari i jolly, divisi tra i terzetti di Qui Quo Qua e Ely Emy Evy. L’artista è Marco Ghiglione con i colori di Stefano Attardi.
WALT DISNEY - Pagina 13 Carte-97-14
Lo smagliante Pk e il mogio compleanno di Paperino del 2014
Con il 1997 le carte Disney hanno l’ultima ribalta, per iniziare una pausa lunga ben diciassette anni.
Risulta decisamente particolare vedere come quest’ultimo mazzo di carte, senza sponsor, sia tutto dedicato ai personaggi di PKNA. Si tratta di un grande onore, sintomo di quanto quella testata avesse successo, tale da avere una corposa iniziativa collaterale.
Ghiglione o forse Mastantuono ai disegni utilizza Lyla Lay e Xadhoom come regine, il Razziatore e Angus Fangus come re, Camera 9, Zondag e Zoster come fanti, Paperinik agli assi e Uno come jolly. Si tratta di un ottimo lavoro, che mischia bene la tecnologica linfa creativa di PKNA con gli stilemi delle carte francesi, creando un risultato povero negli sfondi ma sicuramente dinamico nelle figure speculari che restano impresse nel giocatore.
La pausa di diciassette anni non fa particolarmente bene al progetto, dato che il nuovo mazzo di carte, uscito nel 2014 per celebrare gli 80 anni di Paperino e realizzato da Ettore Gula, risulta piuttosto anonimo. L’approccio squadrato di Gula, eccessivamente minimale, non rende caratteristiche le figure, che diventano abbastanza simili l’una all’altra. Interessante notare come i mazzi diventino due (rosso e blu), per la prima volta.
Nel dicembre 2016, con Topolino 3185, viene venduta una nuova versione del Mercante in Fiera, in tempo per Natale. Dopo Rota, viene usata l’arte di Andrea Freccero, riciclando le sue copertine dei Classici Disney, in un’iniziativa non inedita ma sicuramente curata e ragionata.
WALT DISNEY - Pagina 13 Carte-paperinoSpot promozionale per le carte di Paperino nell’ottantesimo compleanno nell’estate 2014

Le Carte d’autore

Con il nuovo direttore Alex Bertani le carte da gioco tornano come gadget estivo. Con Topolino 3323 e 3324 nell’estate del 2019, non più in regalo data l’assenza di sponsor, e non più divise in quattro semi, le carte sono vendute in due mazzi opzionali rispetto alla copia del giornale, proprio come l’iniziativa del 2014.
Bertani decide, in maniera intelligente, di focalizzare le carte sui grandi autori italiani, che di conseguenza assumono il nome evocativo di “Carte d’Autore“. Il primo artista a cimentarsi è il vulcanico Paolo Mottura che realizza sicuramente un lavoro raffinato, colorato ad acquarello. Si tratta di un risultato molto interessante, che brilla soprattutto in una Paperina regina dotata di meravigliosi abiti. In generale però, forse per mancanza di tempo, le figure risultano simili tra loro, con pochi cambi, e anche gli assi sono dei ricicli di volti delle figure. È evidente comunque l’accuratezza del lavoro, soprattutto nella colorazione.
WALT DISNEY - Pagina 13 Carte-Mottura-spotUn evidente cambio di passo per le prime carte d’autore firmate da Paolo Mottura nell’estate 2019
Nel 2020 l’operazione si ripete, e viene chiamato un veterano, proprio quel Marco Rota che aveva dato il suo contributo alle carte negli anni Ottanta. Così come nel mazzo di Mottura, le figure non sono speculari ed è totale l’assenza di sfondi. Il lavoro di Rota è decisamente classico ma, rispetto all’anno precedente, le figure sono più varie – non solo paperi, ma anche topi – in una gradevole variazione che risulta piacevole.
WALT DISNEY - Pagina 13 Carte-2020
Le carte di Rota del 2020 segnano un nostalgico ritorno al passato
Nel 2021 abbiamo invece Fabio Celoni, che realizza un lavoro davvero eccelso. Le figure continuano ad essere intere e non speculari, ma l’artista lombardo crea un raffinato lavoro di particolari gotici, di costumi magniloquenti e di sfondi più ricchi.
Inoltre, per la prima volta, anche la tradizione italiana viene usata come riferimento, disseminando coppe, bastoni, denari e spade (e i loro colori) tra le figure.
I semi vengono utilizzati con intelligenza e presenza, sottolineando come il disegno debba ricollegarsi alla carta da gioco, e non il contrario. Inoltre, anche il cast risulta usato con forma inedita, dividendo tra buoni (Paperone, Topolino, Paperino, Pippo…) e cattivi (Rockerduck, Famedoro, Nocciola, Gambadilegno…) con gusto nuovo. La tecnica di Celoni prevede colore a tempera e quelli digitali per i semi italiani, per un risultato decisamente elevato.

Conclusioni

Questa lunga cavalcata nella storia ci ha mostrato come la lunga tradizione delle carte da gioco possa essere piegata e fusa, con risultati brillanti, insieme all’arte Disney, donandoci dei piccoli gioielli cartotecnici. Tutto questo insieme di mazzi, astucci, figure e assi fa da perfetta molla per scatenare il giocatore che è in noi e passare un’allegra serata tra amici, ridendo e scherzando al tavolo verde

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Messaggio Da claudio57 Mar 17 Ago 2021, 19:13

Editoriale di Topolino 3430 e anteprima del numero in edicola la prossima settimana:
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Messaggio Da doctorZeta Dom 22 Ago 2021, 16:59

Topolino 3430

Nelle prime interviste e chiacchierate informali in fiera, l’allora neodirettore Alex Bertani teneva spesso a sottolineare come quello che usciva in edicola non fosse ancora il “suo” Topolino, avendo chiaramente ereditato dalla precedente direzione un giornale con un’impostazione (e un corredo di storie) “di presenza”.
“Aspettate e vedrete!”, diceva, non mancando mai di far presente gli aspetti su cui gli premeva puntare, e che stiamo ritrovando ormai sempre più frequentemente sulle storie dell’ultimo anno e mezzo.
Di certo, in ogni caso non ci saremmo mai aspettati di trovarlo addirittura accreditato come coautore di una storia – e che storia!
Il personaggio di Reginella era già riemerso dalle sabbie del tempo nel 2017 con un’intensa storia di Bruno Enna, dopo un letargo di ben ventitré anni dall’ultima apparizione ad opera del suo papà Rodolfo Cimino, e successivamente a raccoglierne il testimone era stato Vito Stabile, con un trittico di avventure in verità piuttosto anomalo, considerata la natura della protagonista.
Ecco quindi la regina di Pacificus tornare di prepotenza sulle pagine del settimanale, introdotta peraltro da una copertina che si candida subito tra le più belle dell’anno, con una storia che promette di far scintille a partire dal titolo.
L’ultima avventura di Reginella (Bertani, Stabile/Zanchi) riporta alle atmosfere che chi ha seguito la serie ciminiana fin dagli esordi ben conosce. I due autori conoscono e amano il fumetto Disney e il personaggio, e si vede; le atmosfere sono palpabili e non si può non empatizzare con Paperino (anche se, durante la lettura, non si può non pensare alla saggia scelta di Cimino di lasciar fuori Paperina dal ciclo di storie con Reginella… bisognerà vedere a cosa voglia portare la sua – per ora struggente – comparsata).
WALT DISNEY - Pagina 13 Reginella
Rewind
Non si può comunque non plaudere alla scelta di riportare la narrazione sui binari giusti, restituendo alla sovrana lo spessore narrativo delle origini, che è la motivazione del suo successo e al tempo stesso il suo punto cardine: senza la sua precisa ragion d’essere, il personaggio è solo uno dei tanti che si susseguono sulle pagine del settimanale. Ci auguriamo quindi che il titolo di questa storia sia quanto mai veritiero.
Anche la parte grafica è superlativa, i disegni di Zanchi sono ispiratissimi e la colorazione è molto azzeccata – a lasciare qualche dubbio sono giusto i riflessi sulle pupille dei paperi, che in diverse vignette appaiono molto, troppo innaturali.
Il “però” deriva invece dal ritmo complessivo della storia. È una puntata introduttiva, e al netto delle grandissime atmosfere, manca un po’ di sostanza. Chiaramente occorre attendere la seconda e conclusiva parte, sperando che non si debba poi correre troppo sbilanciando eccessivamente il ritmo tra i due episodi.
Anche la seconda e ultima puntata di Io sono Macchia Nera (Nucci/Casty) offre un’interessante lettura. Dopo la prima parte in cui abbiamo rivisto un Macchia Nera inquietante come mancava da un po’, i nodi vengono al pettine e giungiamo all’epilogo dell’avventura. O meglio, ad un nuovo status quo.
La storia infatti ci consegna un finale che più aperto non potrebbe essere, lasciando piuttosto interdetto chi si aspettava un colpo di Macchia Nera all’insegna del passato e di quei grandi piani criminali che lo avevano portato a diventare il criminale più pericoloso di Topolinia.
Il tutto ha perfettamente senso se si rileggono le prime, introspettive – come ormai capita sempre più di frequente – tavole della storia: l’aura di terrore del personaggio era ormai svanita da tempo, “ombra di un’ombra”, e l’intento di questa operazione è chiaramente quello di ridargli un po’ di smalto e di riportarlo come si deve al suo ruolo originario. Tutto molto bello e sicuramente interessante, anche se forse la scelta di dedicare a questo lungo prologo ben due puntate può essere un po’ un’arma a doppio taglio.
WALT DISNEY - Pagina 13 Macchia-1024x484Potere e potenz… ah, no!
I disegni sono molto convincenti e le ambientazioni notturne hanno un fascino a cui è difficile restare indifferenti. La cosa che fa storcere il naso e che smonta un po’ l’atmosfera ansiogena della storia è il sorriso sul mantello, che se nella prima vignetta dà la giusta dose di inquietudine, nelle seguenti oltrepassa il confine ottenendo invece l’effetto opposto.
In questa storia, come nella precedente di Reginella e come in molte altre apparse negli ultimi mesi, è sempre più spinto il pedale dell’introspezione, delle atmosfere cariche di sentimento e di atmosfera, nonché della continuity verticale e trasversale tra le varie storie, il che fa senza dubbio parte di quelle volontà che il direttore anticipava pochi anni fa. Questo complesso intreccio è chiaramente rivolto in primis ai lettori più giovani, offrendo loro un universo articolato in cui provare a riconoscersi.
A parere di chi scrive, tuttavia, il settimanale non può basarsi solo su questo genere di approccio, mentre sono sempre più diradate le avventure “a cuor leggero”, che hanno fatto la storia del fumetto Disney italiano e che, auspicabilmente, possono continuare ad andare di pari passo con le narrazioni più articolate.
Giunge al termine anche Paperinik e la minaccia alla fattoria (Gervasio/Facciotto), che chiude bene i fili già intrecciati nella prima parte. I disegni sono anche loro molto convincenti e ben realizzati, e nel complesso la storia scorre molto bene, per quanto la presenza di Paperinik non sia poi così decisiva e determinante per lo svolgimento della vicenda: più che lui, il protagonista si direbbe Red Duckan.
WALT DISNEY - Pagina 13 Young
Ritorno alle origini future
A voler essere pignoli, c’è qualcosa che stride a livello legislativo tra quanto dichiarato dalla Nonna la scorsa settimana e gli sviluppi effettivi, così come forse poteva essere reso in maniera decisamente più incisiva lo shock derivante dalla situazione con cui avevamo lasciato in sospeso la narrazione alla fine della prima parte, ma si tratta di minutaglie, perché la lettura è comunque molto valida.
Paperi al supermercato (Vacca/La Torre) è un breve intermezzo muto da segnalare principalmente per i bei disegni.
In chiusura d’albo troviamo infine Young Donald Duck: Vacanza da grandi (Ferrari/Mazzarello), ultimo (finora) episodio delle avventure sull’adolescenza 2.0 di Paperino e Topolino. In esatto contrasto con le prime storie della serie, le ultime avventure si stanno rivelando in buona parte molto ben scritte e interessanti, e anche questa non fa eccezione.
Come extra, segnaliamo invece il prosieguo del reportage africano sulle tracce delle zebre e un’intervista a Marco Gervasio che introduce all’imminente ritorno di Paperbridge la settimana prossima

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Messaggio Da claudio57 Mar 24 Ago 2021, 19:13

Editoriale di Topolino 3431 e anteprima del numero in edicola la prossima settimana:
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Messaggio Da claudio57 Mer 25 Ago 2021, 14:58

In memoria di Carl Barks ( 27 Marzo 1901 – 25 Agosto 2000 )
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Messaggio Da claudio57 Mer 25 Ago 2021, 22:22

Il terzo tomo "made in Italy" è disponibile in fumetteria!
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Messaggio Da claudio57 Gio 26 Ago 2021, 13:12

Dopo PaperDante, un'altra uscita che si preannuncia molto interessante, stavolta con un racconto illustrato e a fumetti di 80 pagine come unico piatto!
A settembre Topolino diventa il Piccolo Principe (con i testi di Augusto Macchetto e i disegni di Giada Perissinotto)

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Messaggio Da claudio57 Gio 26 Ago 2021, 20:47

Grandi Autori 92 - Topolino Metal Edition: Francesco Artibani - Papersera
WALT DISNEY - Pagina 13 Metal911
In lingua inuit, francescoartibanuk è uno dei quattordicimila termini disponibili per indicare la versatilità, l’elasticità, l’adattabilità. È davvero una felice coincidenza che Francesco Artibaniinsignito nel 2018 del XIII Premio Papersera e da tempo nel gotha dei fumettisti italiani, sia appunto lo sceneggiatore più versatile del fumetto Disney.
Dopo essersi diplomato come tecnico di animazione al Cine-TV Roberto Rossellini e aver tentato la strada professionale del disegno, Artibani ha esordito su Topolino poco più che ventenne con una serie di parodie scritte a più mani. Da un lato le divertenti avventure cofirmate con Silvano Caroti e il doppiatore Fabrizio Mazzotta, poi sostituito dallo scrittore e critico Alessandro Bottero; su un altro fronte, la serie del Teatro Alambrah realizzata insieme al celebre attore napoletano Raffaele Arena detto Lello.
Crea, sempre in coppia con Arena, la famiglia di Amelia e nel 1996 entra a piè pari nel Progetto PK sfornando subito una delle migliori storie della prima serieOmbre su Venere, cui seguiranno altri capolavori come Terremoto e Carpe diem. Pur continuando a produrre ottime storie su Topolino e PKNA, Artibani si lancia in nuovi progetti come Mickey Mouse Mystery Magazine (di cui scrive quattro episodi su dodici) e W.I.T.C.H. (di cui è uno degli sceneggiatori principali); con Katja Centomo crea Monster Allergy e con Giorgio Di Vita la saga sci-fi Kylion.
Dialoghista formidabile, maestro della decostruzione, eccellente worldbuilder, fin dal proprio esordio Artibani ha dimostrato di sapersi muovere con estrema disinvoltura in ogni genere e di saper gestire con sapienza personaggi molto diversi fra loro. Alla sua penna sono stati affidati rilanci editoriali teoricamente lontanissimi come quello di Super Pippo nel 1998 e quello di PK nel 2014.
Il suo è uno dei “Grandi Nomi Spendibili” della Disney contemporanea, uno dei pochi autori a ottenere plauso quasi unanime in ogni occasione; uno dei responsabili, grazie alla fattuale qualità del proprio lavoro, della corrente attenzione contemporanea al ruolo e all’importanza della figura dello sceneggiatore nell’immaginario collettivo. Non poteva dunque mancare all’interno della collana Disney che per antonomasia celebra soprattutto la figura dello scrittore, la Special Edition, nella quale nel 2015 è già apparso in un volume intitolato Gold Edition.
Se Gold era un ipotetico “best of” dell’autore non caratterizzato da alcun criterio selettivo particolare, questo secondo albo Metal nasce con l’intento di porre l’attenzione sulle sue storie umoristiche – giacché il paradosso, il sarcasmo e l’understatement sono tra le sue tecniche preferite e contribuiscono a rendere riconoscibile il suo stile autoriale.
Composto di 292 pagine con copertina color blu metallizzato che presenta un Paperino di Corrado Mastantuono prelevato direttamente da Topolino 2364, il volume presenta una prefazione del disegnatore Silvio Camboni e nove storie di lunghezza variabile ma quasi tutte sopra le venti tavole. Di queste, due hanno per protagonista Topolino e sono state scritte in epoche molto diverse.
La prima, Topolino e l’esploratore millenario, scritta con la collaborazione del consueto Arena, si inserisce nello spirito di celebrazione del nuovo millennio che caratterizzò quel periodo. Complici i disegni di una Silvia Ziche al proprio meglioL’esploratore millenario è una storia estremamente spassosa in cui l’entusiasmo per l’imminente Duemila si mescola a un po’ di sano steampunk. Menzione speciale per l’ottimo personaggio di Malachia DeVal e per la coppia comica d’eccezione composta da Plottigat e Gambadilegno.
Decisamente meno umoristica è l’altra storia con Topolino protagonista, L’operazione clessidra del 2012. Al netto dello spunto demenziale (il blitz di una squadra SWAT composta da folletti in missione per liberare i loro simili, rapiti da un parente taccagno di Pippo) e nonostante frequenti gag anche “fisiche”, si tratta senza dubbio di una storia avventurosa che mischia con sapienza folklore e urban fantasy: disegni di un Alessandro Perina in stato di grazia, gottfredsoniano il giusto, e la spettacolare sequenza della riunione di pippidi contribuiscono a rendere memorabile questa splendida storia che è tra le migliori del volume nonché della carriera di Artibani.
Dopo Topolino è il turno di Paperone, personaggio certamente amatissimo da Artibani. Le due avventure proposte, entrambe del 2013, sono Zio Paperone e il tiranno dei mari e Zio Paperone e l’apparecchio postelefonico.
Della prima dobbiamo innanzitutto lodare la resa grafica, dovuta a un Mastantuono stratosferico e ai colori della fumettista napoletana Mirka Andolfo. Dal punto di vista dei testi abbiamo un misto di avventura e umorismo, il secondo soprattutto da attribuirsi alle dinamiche fra un Pico De Paperis instupidito dal fantomatico “Tiranno dei Mari”, Paperone e il solito Paperino trascinato alla ventura controvoglia.
Le barzellette e le gaffe di Pico, che ottengono di mettere a più riprese a repentaglio la spedizione paperonesca, funzionano alla grande e ricordano vagamente una situazione analoga vista nel già citato Ombre su Venere del 1996. Come spesso ama fare, anche qui Artibani imbastisce una vicenda dal nucleo fortemente morale grazie al “suo” Scrooge, fra i più irrequieti e al tempo stesso etici del panorama Disney italiano.
Disegnata da Paolo De LorenziL’apparecchio postelefonico ruota intorno all’ennesima, perniciosa idea di Paperone coinvolgente il genio di Archimede Pitagorico: dei cellulari che permettano, a chi li utilizza, di udire cosa dice l’interlocutore dopo la fine della telefonata. Seguiranno guai a profusione.
L’idea, interessante di per sé, è massimizzata in sceneggiatura della decisione di far vivere a Paperone lo stesso inferno dei suoi sventurati clienti: gli equivoci fra il miliardario e i suoi parenti più affezionati permettono allo sceneggiatore di esplorare il rapporto fra l’affarista creato da Barks e la sua famiglia, da sempre fra i principali fulcri narrativi dell’opera di Artibani.
Seconda storia disegnata da Silvia Ziche presente in questo volume, La pecora nera è una umoristica breve del 2002 che si regge su una serie di gag con protagonisti i Bassotti e un capovolgimento finale molto ben congegnato.
Le restanti quattro storie hanno per protagonista Paperino: fra esse si trovano almeno due capolavori.
Paperino e la strada senza uscita e Paperino e il cane invisibile sono due umoristiche di poco superiori alle venti tavole, entrambe del 2003. La prima, disegnata da Marco Gervasio, si inserisce nel filone della rivalità fra lui e il cugino dandy Gastone, e il prevedibile disastro è dallo sceneggiatore attribuito principalmente al primo, che finirà punito sul finale; nella seconda storia, mirabilmente illustrata da Camboni, Artibani inanella una serie di intuizioni umoristiche in una sceneggiatura che funziona come un orologio svizzero.
Di ispirazione riconoscibilmente barksiana, Paperino e il pizzico di fortuna nasce da un soggetto di Elena e Leonardo Artibani, figli dello sceneggiatore romano. Si tratta di una storia splendida, disegnata da un Perina ancora una volta efficace, ricca di vibrazioni anni Sessanta. Paperino e i nipotini sono in lotta con la natura (qui rappresentata dai temibili granchi di Crab Cove) ma soprattutto contro l’avidità umana.
Ultima del volume, Paperino e l’idolo acquatico è forse tra le migliori opere di Artibani. Si tratta di una storia pubblicata negli anni Dieci, all’epoca del ritorno dello sceneggiatore romano sulle pagine di Topolino dopo alcuni anni di assenza. Ai disegni, un Camboni (anche lui allontanatosi dal settimanale Disney) che si diverte e fa divertire il lettore grazie al character design di alcuni personaggi – ad esempio il nativo Occhio di Talpa – e alle ariose e dettagliate tavole ambientate nel deserto.
L’idea è fantastica: Paperino e Paperoga sono coinvolti nel recupero di un idolo scolpito a forma di balena che pare dotato del potere di evocare l’acqua. A tale manufatto è legata la sopravvivenza di una tribù indiana, ma un oggetto di tale potere fa gola a molti… si tratta di una storia dinamica, in cui lo humour (pur presente) cede il passo a un’avventura di ampio respiro sorretta da una sceneggiatura calibrata al millimetro.
Chiude l’albo una postfazione dell’autore, che ripercorre brevemente la propria carriera in Disney ricordando, tra le altre cose, la figura di Massimo Marconi.
Valutando il volume da un punto di vista generale non c’è dubbio che si tratti di un oggetto di grande valore, ben confezionato e ricco di storie appaganti. Tra i pochissimi difetti, a parte la solita copertina riciclata cui dobbiamo evidentemente rassegnarci, si deve rimarcare un grave errore editoriale. A pagina 2 infatti è presente un riferimento a Zio Paperone e il campione in affitto, storia non presente qui; in più, la citazione è a corredo di una immagine non proveniente da tale storia, bensì dalla già citata Topolino e l’operazione clessidra. A pagina 291 troviamo al contrario una citazione testuale a Operazione clessidra, ma di accompagnamento a una vignetta prelevata dal Campione in affitto. Insomma, un gran pasticcio.
Nonostante le ormai consuete magagne per quanto riguarda la cura editoriale, sul fronte “qualità delle opere” non abbiamo assolutamente nulla di cui lamentarci.
Come si sarà notato da questa veloce e sintetica trattazione, le avventure proposte in questo volume sono molto varie, non tutte definibili umoristiche in senso stretto ma di eccellente fattura tecnica per dialoghi, ritmo e ambizione. È la francescoartibanuk, come si diceva in apertura, la straordinaria capacità di Artibani di affrontare temi, generi e mondi lontanissimi sempre con la stessa naturalezza e lasciando spesso al lettore non solo l’impressione di aver fruito qualcosa di bello da un punto di vista estetico ma anche di significativo in senso generale.
Tutto questo, unitamente alla sua fantasia senza limiti, concorre a fare di lui uno dei migliori fumettisti italiani viventi; quello di Francesco Artibani è un nome che sa ancor oggi di far battere il nero cuore vizzo di ogni vecchio lettore di fumetti Disney. Speriamo di ritrovarlo presto sulle pagine di Topolino.
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Messaggio Da claudio57 Ven 27 Ago 2021, 18:21

Torna il fantasy sulle pagine di Topolino, con una saga in tre puntate!
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Messaggio Da claudio57 Lun 30 Ago 2021, 23:29

Intervista a Caterina Mognato - Papersera
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Caterina Mognato, scrittrice e sceneggiatrice, nata a Venezia nel 1954, sin da giovane è appassionata di letteratura e scrittura. L’approccio ai fumetti, in particolare a quelli Disney, arriverà alla fine degli anni Settanta grazie al marito Giuseppe Dalla Santa, indimenticato disegnatore di Topolino scomparso prematuramente nel 2011, che sarà per lei insostituibile compagno di lavoro, oltre che di vita. Grazie alla loro collaborazione hanno visto la luce storie indimenticabili come Paperino in: “La storia (in)finita” e il ciclo delle Fantaleggende.
Ciao Caterina, è per noi un grandissimo piacere averti sulle nostre pagine e ti ringraziamo per questa intervista che ci concedi, nonostante siano passati tanti anni dall’uscita della tua ultima storia. Hai scritto numerose avventure nel corso degli anni Ottanta e Novanta. Come hai cominciato? Era un tuo sogno scrivere fumetti? E scrivere in particolare per Topolino e Disney?
Sono una divoratrice di libri e fin da bambina sognavo di scrivere, ma non fumetti. Per un motivo molto semplice: non li conoscevo, o quasi. I miei genitori non facevano distinzione tra fumetti e fotoromanzi, per loro erano la stessa cosa: da non prendere in considerazione. Fino ai diciotto anni ho avuto tra le mani pochissimi fumetti. Ricordo alcuni Diabolik e Satanik che trovai un’estate in capanna e che lessi quasi di nascosto, affascinata.
Il fumetto è entrato nella mia vita assieme a Giuseppe Dalla Santa nel 1972. Io ero all’ultimo anno di liceo classico, lui frequentava l’Accademia di Belle Arti ed ancora non avevamo idee precise su che cosa avremmo fatto in futuro. Il mio battesimo fumettistico l’ho avuto nella soffitta/studio di Giuseppe (mooolto bohémien) dove, assieme ai libri d’arte, c’erano fumetti d’ogni tipo dalle raccolte d’annata del Vittorioso Linus Eureka ai fumetti bonelliani. Mi immersi nel meglio del meglio del fumetto d’avventura: Hugo Pratt, Dino Battaglia, Alberto Breccia, Moebius, Toppi, Crepax, D’Antonio… Invece, Topolino e la Disney per me restarono ancora per anni solo cartoni animati (che amavo moltissimo!).
Nel 1976 Giuseppe iniziò a collaborare con il disegnatore Vladimiro Missaglia, prima come inchiostratore, poi come disegnatore completo. Io frequentavo la facoltà di Lettere. Leggevo le sceneggiature che lui doveva disegnare e di cui spesso si lamentava. Cominciai a scrivere soggetti per venire incontro ai suoi desideri: ambientazioni più accattivanti, meno testo e maggior spazio al disegno. Non era un vero lavoro, ma mi servì da gavetta. Nel 1978 ci siamo sposati.
Qui devo aprire una parentesi e introdurre Maurizio Amendola, ex compagno di liceo di Giuseppe e suo amico fraterno. Maurizio collaborava già da anni con Romano Scarpa come inchiostratore. Disegnava anche in proprio per varie testate non solo Disney, ma sempre disegno comico. Nel 1980 (anno della mia laurea) Gaudenzio Capelli divenne direttore di Topolino. C’era aria di rinnovamento e di apertura a nuovi collaboratori, perciò Maurizio mi spinse a farmi avanti e a propormi come soggettista-sceneggiatrice.
Prima di fare un simile passo, mi buttai a capofitto nella lettura di Topolino e cominciai da Io Topolino. Le storie di Gottfredson mi conquistarono subito per la loro dinamicità e perché pur restando comiche si rivolgevano a tutti, bambini ed adulti. Subito dopo Gottfredson passai ai due massimi autori italiani di allora: Scarpa e Carpi. Una vera full immersion. Alla fine dell’anno, inviai a Franco Fossati quattro soggetti e me ne approvò tre. Uno di questi era Topolino e la fossa delle Susanne.
Topolino e la fossa delle Susanne è stata infatti la prima storia che hai pubblicato su Topolino. Cosa ricordi di quella sceneggiatura? E come mai la collaborazione si è poi interrotta nel corso di quegli anni? A parte altre tre storie pubblicate tra il 1981 e il 1983 non risulta altro fino al 1990…
Di quelle prime tre storie ricordo molto poco, a dire il vero. Sono molto influenzate dalle mie letture di Gottfredson che, come ho detto, mi avevano affascinata. Poi la collaborazione con Topolino si interruppe. I perché furono molteplici, ma uno fu quello decisivo: il 9 febbraio 1983 è nato mio figlio Ruggero. Non rinunciai al mio lavoro, ma dovetti ridurlo di molto e mi fu più facile limitarlo al solo fumetto d’avventura. Per i nove anni successivi ho scritto quasi esclusivamente per Lanciostory Skorpio, una media di tre storie al mese. 
Dopo queste prime avventure, ritorni su Topolino agli inizi degli anni Novanta in coppia con Giuseppe Dalla Santa. È lui che ti ha spinto a tornare?
Il 1989 è stato l’anno della svolta sia per me che per Giuseppe. Una svolta a dir poco traumatica, ma che poi si risolse in un colpo di fortuna. Cosa successe? Come ho detto prima, io lavoravo esclusivamente per l’editrice EURA ed anche metà della produzione di Giuseppe dipendeva da loro.
Un giorno ci telefonarono dalla redazione dicendo che sospendessimo tutti i lavori in corso: avevano acquistato un’enorme quantità di fumetti dall’Argentina e per un bel pezzo non avrebbero più comperato nuove storie italiane. Vi lascio immaginare quale “tegola” ci cadde sulla testa quel giorno.
Bisognava rimboccarsi le maniche. Io trovai dei piccoli lavori sempre con case editrici romane, in particolare la PlayPress per la quale, in anni successivi, scrissi una settantina di numeri delle serie Balboa Sonny Stern (ma agli inizi per loro facevo giochi enigmistici e raccontini gialli!). Giuseppe, invece, cambiò completamente rotta.
Di nuovo fu il nostro angelo custode Maurizio Amendola a dare l’input giusto. Proprio nel 1988 Topolino era passato dalla Mondadori alla The Walt Disney Company Italia, c’erano grandi iniziative di ampliamento delle testate e servivano nuovi disegnatori. Giuseppe non era un disegnatore comico, men che meno un disneyano.
Decise di diventarlo. Per metà giornata lavorava per guadagnare, per l’altra metà provava e riprovava a disegnare paperi e topi. Sospese ogni attività ginnica e per mesi rimase incatenato al tavolo da disegno, dall’alba a dopo cena.
Quando si sentì pronto, fece vedere i suoi disegni a Romano Scarpa. Questi fu da subito gentilissimo con lui, premuroso nell’aggiustare le sue ultime incertezze e nel presentarlo, quindi, a Gaudenzio Capelli. Con Zio Paperone e la scatola del tempo per Giuseppe iniziò il periodo migliore della sua vita lavorativa. Lui era un perfezionista, terribilmente autocritico, il suo lavoro precedente non lo aveva mai soddisfatto appieno, adesso finalmente si sentiva nel suo elemento. Come scrisse lui alla fine: “Mi diverto e mi pagano pure”.
Nostro figlio allora aveva sei anni, viveva tra fumetti e cartoni animati, suo padre disegnava per Topolino, in pratica casa nostra era diventata una succursale della Disney. Potevo io restarne al di fuori? Ho ricominciato a scrivere soggetti per Topolino, ma questa volta con una maturità e un’esperienza che non avevo di certo agli inizi. Col senno di poi posso dire che fu un colpo di fortuna avere il mio primo impatto di lavoro nientemeno che con Topolino, ma nel 1981 non ne ero all’altezza, nel 1990 sì.
Siete stati una coppia nel lavoro e nella vita, cosa puoi raccontarci della vostra collaborazione?
Mi pare si evinca da quello che ho detto finora: il nostro è stato un progetto di vita totale, fatto di famiglia e di lavoro in modo inestricabile. Entrambi avevamo anche lavori indipendenti l’uno dall’altro (in trent’anni di lavoro ho pubblicato all’incirca settecentocinquanta storie, da quelle di poche pagine agli albi speciali di più di cento; lui di certo non avrebbe potuto disegnarle tutte).
Io, però, leggevo tutte le sceneggiature che gli mandavano e provvedevo a trovare la documentazione necessaria. Allora non c’era internet e per le ambientazioni e i costumi bisognava cercare nelle enciclopedie e nelle riviste specializzate. Avevo decine di schedari! Giuseppe a sua volta ascoltava i miei soggetti, specie quando mi bloccavo in qualche snodo difficile della trama. Dicevamo sempre che lui mi faceva da sponda, come nel biliardo: mi rispediva la pallina con un’angolazione diversa per aiutarmi a metterla in buca. A volte mi bastava anche solo leggergli il soggetto a voce alta per capire che cosa non andasse bene.
Insieme a lui hai dato vita a delle storie che sono rimaste nel cuore dei lettori, in particolare Paperino in: “La storia (in)finita”, parodia del famoso romanzo di Ende. Ti va di raccontarcene la genesi, le eventuali conseguenze, le soluzioni adottate per renderla una storia Disney a tutti gli effetti?
Tutte le sere leggevo dei libri a mio figlio Ruggero. Ne abbiamo letto davvero tanti! Uno dei più amati è stato La storia infinita di Ende. Poi abbiamo visto e rivisto il film.
Durante i miei anni lavorativi, in tutti i momenti della giornata, c’era sempre un angolo del mio cervello attivo che captava stimoli per nuovi soggetti, qualsiasi altra cosa stessi facendo (non ho la patente, perciò non ho corso seri pericoli). Mentre leggevo il libro di Ende, cominciai a riflettere che il mondo Disney (tutto il mondo, quello di Topolino e quello dei cartoni animati insieme) era altrettanto ricco del mondo di Fantàsia.
Un po’ alla volta sono stata presa da questa fascinazione: mettere insieme tutto: il pianeta dei topi, il pianeta dei paperi, il pianeta di Biancaneve, quello di Peter Pan, di Pinocchio, di Dumbo, di Alice, e così via, in un unico grande Universo della Fantasia, minacciato di estinzione. I due protagonisti erano già lì, perfetti: Topolino che lotta e Paperino che legge le sue avventure. Non ho fatto alcuna fatica a scrivere né il soggetto né la sceneggiatura, è stato puro piacere. Un piacere anche un pochino sadico, perché poi è toccato a Giuseppe dover disegnare le folle di personaggi che nella sceneggiatura io avevo minuziosamente elencato.
Paperino in: “La storia (in)finita” è stata pubblicata nell’ultimo numero di Topolino del 1991. L’anno successivo ci fu una grossa novità: indissero un premio interno al giornalino per la storia più bella pubblicata nell’anno precedente, distinguendo il premio per il miglior disegno e il premio per la migliore sceneggiatura. Raccolsero i voti, se ricordo bene anonimi, di tutti i collaboratori interni ed esterni alla redazione.
Durante il meeting Disney che quell’anno si tenne a Disneyland Paris, da poco inaugurato, Paperino in: “La storia (in)finita” ottenne il primo premio per la migliore sceneggiatura e il primo premio ex aequo per il miglior disegno. Inutile dire che quello fu il momento più emozionante della nostra carriera. In particolare, ricordo con orgoglio che sia Romano Scarpa che Giovan Battista Carpi mi si avvicinarono e mi dissero di aver votato per me. I maestri sulle cui storie avevo imparato il mestiere quella sera mi diplomarono sceneggiatrice.
Nel corso degli anni hai dimostrato una predilezione per le parodie, producendone di memorabili come ad esempio Zio Paperone Pigmalione Il ritratto di Zio Paperone. Ti va di parlarcene? Cosa ti affascinava di questo genere? C’è stata una parodia che avresti voluto fare e che invece poi è rimasta nei cassetti?
Ho iniziato dicendo che sono una divoratrice di libri. Leggere le parodie Disney (L’Inferno di TopolinoIl Dottor PaperusPaperino fornaretto di VeneziaI promessi paperi…) è stata pura libidine per me! Scriverle, poi, aveva un fascino particolare, una sorta di gioco: far muovere paperi e topi come se fossero attori ed io la regista. Il gioco aveva inizio già dalla distribuzione delle parti in cui sceglievo il mio cast tra gli innumerevoli character Disney. A modo loro, anche le Fantaleggende sono parodia.
A proposito delle Fantaleggende. Come nascono? C’era già all’inizio l’idea di farne una trilogia oppure fu una cosa giunta strada facendo? Avete avuto ai tempi la consapevolezza del successo ottenuto da queste storie? La saga si è conclusa definitivamente al termine di Ser Paperino e il genio del cannolo?
Le Fantaleggende nascono dai miei studi universitari. Ho fatto una tesi di laurea in Filologia romanza, ovvero poesia cortese e poemi cavallereschi medievali. Ho adorato l’Orlando furioso di Ariosto e mi sono divertita da morire con la Trilogia degli antenati di Italo Calvino, specialmente con Il cavaliere inesistente. Dopo il premio per Paperino in: “La storia (in)finita” ho trovato la forza per dare sfogo a tutto questo materiale che era sedimentato dentro di me e, poi, ho trovato il coraggio per proporlo a Massimo Marconi.
Già nella parodia della Storia infinita avevo osato mettere insieme paperi e topi (cosa vietatissima!), ma nelle Fantaleggende i due mondi si mescolavano davvero, ci voleva un direttore della levatura di Gaudenzio Capelli per correre un simile rischio. Realizzare le Fantaleggende per me e per Giuseppe è stato bellissimo. Ricordo le risate che ci siamo fatti mentre le sceneggiavo e come si divertiva Giuseppe ad aggiungere sempre nuovi particolari mentre le disegnava. E ricordo anche che quando Giuseppe portava le tavole in redazione, il direttore le guardava una per una con vero piacere. Amava soprattutto il personaggio del menestrello che richiamava il cantante Angelo Branduardi.
Per quanto riguarda la consapevolezza del successo ottenuto da queste o da altre storie, ebbene allora non ne abbiamo saputo nulla. Nessuno ci ha mai detto di come venissero recepite le nostre storie dal pubblico dei lettori, né nel bene né nel male. Il premio di cui ho parlato è stato l’unico riscontro di apprezzamento del mio lavoro, ma veniva dai miei colleghi non dal pubblico. Se ci siano state delle lettere o dei sondaggi di gradimento non me l’hanno mai detto. Per noi liberi professionisti, pagati a cottimo, senza alcuna garanzia sindacale e senza diritti d’autore, il riscontro era ed è uno solo: se continuano ad accettare il mio lavoro, vuole dire che va bene.
Ser Paperino e il genio del cannolo è stata l’ultima storia, perché il direttore di Topolino era cambiato e mi hanno proibito di mescolare ancora paperi e topi, il che equivaleva a snaturare l’idea base della serie. Infatti l’ultimo episodio (con solo i paperi perché la parte dei topi è stata soppressa) è molto più debole degli altri ed ho deciso di metterci una pietra sopra.
Hai sempre avuto un occhio di riguardo nel recupero di personaggi poco utilizzati, pensiamo ad esempio a Setter e Orango nell’Isola dei sogni fuggenti, oppure a Paperetta, grande coprotagonista nelle Fantaleggende. Ti piaceva variare con i personaggi?
Mi piaceva moltissimo! Inoltre, perché inventare nuovi personaggi quando ce ne sono di bellissimi tra le storie del passato? Paperetta, in special modo, la considero un’invenzione geniale di Romano Scarpa, che ha colmato un vuoto importante nella famiglia dei paperi ed ero felice di usarla.
Molte delle tue storie hanno un’ambientazione fantasy, è un tema che prediligi particolarmente?
Mi piace evadere dalla realtà e il fantasy è un’evasione al quadrato. L’ho utilizzato molto sia nella mia produzione di fumetti d’avventura che in quella di fumetti comici, ad esempio in Prezzemolo con cui sia io che Giuseppe abbiamo collaborato per dieci anni, dal 1996 al 2006.
All’inizio degli anni Duemila smetti di collaborare con Topolino. Cosa è cambiato o cosa ti ha spinto a questa separazione? Le tue ultime storie furono indirizzate per lo più su Paperino Mese e su Minni & Company, scelta redazionale o frutto di un tuo interesse per i personaggi o i tipi di storie? Hai mai pensato di tornare a sceneggiare per il settimanale?
È stata una scelta redazionale. Noi collaboratori esterni non avevamo voce in capitolo, potevamo solo proporre delle storie e vederle accettate o meno.
Nel 2003 la storia Topolino, Pippo e il puzzle d’autore presenta un omaggio a Romano Scarpa con il personaggio di Scarpazio Veneziano: è stata una tua idea o di Giuseppe? Che rapporti hai avuto con la scuola veneziana del fumetto Disney o con gli altri autori in generale? Sei rimasta in contatto con qualcuno tra gli autori o redattori? Leggi ancora il settimanale?
L’idea dell’omaggio a Scarpa è stata mia, anche se Giuseppe l’ha condivisa in pieno. Quando ho scritto Topolino, Pippo e il puzzle d’autore mi sono messa a sfogliare alcuni libri sui pittori veneziani del Quattro-Cinquecento. Nel volume dei Classici dell’arte Rizzoli dedicato a Vittore Carpaccio lessi che a volte si firmava Carpatio o anche Scarpazo. Lì è scattata la scintilla: Scarpazo-Scarpa-Scarpazio!
Non ho più rapporti con il mondo dei fumetti né con i miei ex colleghi, tranne che con Maurizio Amendola, Valerio Held e Lucio Michieli che sono cari amici. Non ho più letto Topolino né altri fumetti di alcun genere. Il giorno in cui ho saputo della malattia di Giuseppe non sono più riuscita a scrivere. Ero a metà della stesura di un libro delle Tea Sisters per Piemme, non ho potuto finirlo, è stato l’unico lavoro che non ho portato a termine.
A differenza di me, Giuseppe ha continuato a disegnare anche durante la chemioterapia, con l’amore e la meticolosità di sempre. Il lavoro lo ha aiutato ad affrontare con serenità i venti mesi di malattia. Sarò sempre grata a Topolino per questo.
Nel 2021 ricorrono ormai i dieci anni dalla scomparsa di tuo marito Giuseppe. Che eredità pensi abbia lasciato al fumetto Disney?
Un esempio di professionalità e grande rispetto verso l’idea disneyana di Topolino, che da decenni si evolve e si rinnova grazie alle tante personalità di coloro che lo realizzano, ma che resta sempre coerente a sé stesso, perché le singole personalità non devono mai prevalere. Quando Giuseppe non era soddisfatto di una vignetta la rifaceva ed era estremamente critico verso il suo lavoro. Ciononostante, non ha mai consegnato una storia in ritardo, nemmeno quando gliele commissionavano con tempi di lavorazione molto brevi.
Per finire, desidero ricordare tutte le volte che l’ho sentito scoppiare in una risata mentre disegnava. La mia scrivania e il suo tavolo da disegno erano affrontati. Una volta mi indicò Paperoga sghignazzando: “Guarda che cosa combina questo imbranato!”.
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Messaggio Da claudio57 Mar 31 Ago 2021, 15:28

Editoriale di Topolino 3431 e anteprima del numero in edicola la prossima settimana:
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